ORIENTAMENTI LITURGICO – PASTORALI

PRESENTAZIONE

«Nonostante i tantissimi benefici apportati dalla riforma liturgica del Concilio Vaticano IL spesso uno dei problemi più difficili oggi è proprio la trasmissione del vero senso della litur­gia cristiana… (Resta così) l’urgenza di esplicitare la rilevan­za della liturgia quale luogo educativo e rivelativo, facendone emergere la dignità e l’orientamento verso la edificazione del Regno»1.

Piace constatare come tra gli orientamenti pastorali del­l’episcopato italiano all’inizio del terzo millennio la liturgia venga riconosciuta come evento centrale per un fecondo cammino delle nostre comunità lungo il decennio. L’intento che ci ha mossi a dare in campo liturgico questi orientamen­ti è quello di offrire una visione d’insieme della vita liturgica nelle nostre Chiese particolari non disgiunta dai suoi aspetti catechetici e pastorali, oltre che celebrativi.

Il punto a cui ritornare e, al tempo stesso, da cui guardare in avanti è il “carattere fontale” della liturgia nella vita della Chiesa: «La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù»2. E, tuttavia, affermato come principio teologico, tale caratte­re fontale stenta a tradursi in pratica pastorale.
Occorre, quindi, tenere presente che la celebrazione ha necessariamente bisogno del supporto della catechesi, come avviene per ogni azione pastorale. E oggi tutti sappiamo come il contesto storico e culturale richieda urgentemente un progetto di catechesi integra e sistematica per comuni­care e sostenere la fede delle persone. Si spiega così il titolo dato a questa raccolta di ordinamenti della prassi liturgica delle nostre Chiese particolari: «L’Eucaristia e la liturgia, cul­mine e fonte dell’evangelizzazione».

Il taglio anzitutto formativo meglio si configura con l’in­tento di offrire alle nostre Chiese particolari gli orienta­menti per una rinnovata prassi dell’evento cristiano, senza per questo trascurare gli aspetti più propriamente normativi del fatto liturgico: aspetti che inizialmente hanno sollecitato l’opportunità di un direttorio liturgico-regionale, anche nel­l’intento di scoraggiare abusi o arbitri dei singoli presbiteri, gruppi e comunità.

Questi orientamenti desideriamo che siano di aiuto e sti­molo ai presbiteri, ai diaconi, agli operatori pastorali e alle comunità della nostra Regione per coniugare due termini che potrebbero apparire distanti: Liturgia ed Evangelizzazione. Tale scelta è motivata dall’urgenza di evangelizzare sia “con” che “nella” comunità cristiana, a partire dalla liturgia quale luogo vitale da cui l’evangelizzazione scaturisce e a cui fa ritorno, riproponendo l’assoluta centralità della Pasqua di Cristo per la vita credente.

Anzitutto va ribadito che la liturgia non è celebrata per i non credenti, ma per i già credenti e suppone cristiani ini­ziati alla fede. Se questo è vero, dobbiamo anche dire che la liturgia esercita la sua forza rivelativa ed educativa alla missione dei credenti nel mondo. Al centro della liturgia, infatti, sta Cristo che muore per tutti e risorge per essere il Signore di tutti. La comunità, radunata per l’ascolto della Parola e la comunione al Corpo di Cristo, viene condotta a vivere in prima persona l’esperienza del discepolato del Signore, per poi uscire dal tempio con animo apostolico, di­sponibile a farsi carico, almeno in qualche misura, della fede degli altri.

Quando questo avviene si tratta di una grande conversio­ne personale e comunitaria: così l’Eucaristia rende missio­naria la comunità. La modalità stessa della celebrazione può essere evangelizzante per chi, anche casualmente o forse con curiosità, vi si avvicini: il Signore, come nella primitiva comunità di Gerusalemme, può aggiungere nuovi membri anche per la testimonianza della frazione del pane in letizia e semplicità di cuore.

Il presente documento è costituito di dieci capitoli. Ogni capitolo è suddiviso in due parti: la prima rilegge le celebrazioni liturgiche in ottica evangelizzatrice; la seconda cerca di offrire indicazioni, piste ed esperienze da mettere in atto. L’ultimo capitolo, invece, si preoccupa di porre alla base di tutto una rinnovata formazione liturgica non solo degli ad­detti, ma di tutto il popolo di Dio. Questi Orientamenti non sostituiscono le Premesse presenti nei singoli libri liturgici.
Ai presbiteri e ai diaconi delle comunità della Regione e a tutti i fratelli e le sorelle viene affidata l’attuazione di queste indicazioni pastorali, nella speranza che la Liturgia, splen­dendo per la semplicità e bellezza del Mistero celebrato, evangelizzi l’Unico Signore.

Bologna, 23 luglio 2007, festa di Sant’Apollinare, vescovo e martire, Patrono dell’Emilia-Romagna.

Gli Arcivescovi e i Vescovi delle Diocesi dell’Emilia- Romagna

PREMESSA

1. «Se un anello fondamentale per la comunicazione del Vangelo è la comunità fedele al giorno del Signore: la celebrazione eucaristica domenicale, al cui centro sta Cristo che è morto per tutti ed è diventato il Signore di tutta l’umanità, dovrà essere condotta a far crescere i fedeli, mediante l’ascolto della Parola e la comunione al corpo di Cristo, così che possano poi uscire dalle mura della chiesa con un animo apostolico, aperto alla condivisione e pronto a rendere ragione della speranza che abita i credenti3. In tal modo la celebrazione eucaristi­ca risulterà luogo veramente significativo dell’educazione missionaria della comunità cristiana»4.

2. Sappiamo che la liturgia – e in particolare la celebra­zione eucaristica – è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua energia»5.
Se la Chiesa deve avere di mira prima di tutto e so­prattutto l’annuncio del Vangelo, poiché «comunicare il Vangelo è il suo compito fondamentale»6 ne deriva che l’Eucaristia – e ogni azione liturgica – è fonte e culmine della evangelizzazione: fonte, perché è dalla Eucaristia celebrata nello Spirito che scaturisce la forza di annun­ciare Cristo e il suo Vangelo; culmine, perché l’annuncio del Vangelo vuole portare la creatura umana all’incontro con Cristo, che ha la sua pienezza nell’Eucaristia cele­brata nello Spirito.

3. Se è urgente «dare a tutta la vita della Chiesa, anche at­ traverso mutamenti nella pastorale, una chiara connota­zione missionaria»7, questa deve emergere in particolare nell’Eucaristia e in ogni celebrazione liturgica; e non come dettaglio aggiunto, ma come nota che ne costi­tuisce e ne rivela la natura. Quello che si afferma della Chiesa è profondamente vero anche dell’Eucaristia: o è missionaria o non è Eucaristia che porti frutti.

4. L’Eucaristia, quindi, e ogni preghiera o azione liturgica è vera nella misura in cui è forte momento evangeliz­zante, nell’annuncio della Parola di Dio, nel muto ma eloquente linguaggio dei segni8, nell’atteggiamento orante dei ministri e della assemblea.
È forte momento evangelizzante allorché spinge effet­tivamente i presenti a essere evangelizzatori e conduce i fedeli dalla mensa della Parola e del Corpo e Sangue di Cristo alla mensa della carità; i partecipanti diventano sempre più una comunità in missione che si sente debitrice del Vangelo verso tutti coloro che o non lo hanno mai conosciuto o, dopo averlo conosciuto, lo hanno poi dimenticato o abbandonato.

5. Perché questo avvenga è indispensabile portare i fedeli a scoprire il ruolo della comunità nella celebrazione li­turgica e in particolare nell’Eucaristia. Come ogni cele­brazione liturgica, l’Eucaristia ancor più è azione della comunità quale primo soggetto celebrante. Essa, sotto la presidenza del presbitero, come afferma il Messale Romano, «celebra il memoriale del Signore, cioè il sacrificio eucaristico»9 e vive il suo sacerdozio battesimale; è in forza di questo sacerdozio che nella celebrazione la comunità ha un ruolo di primo piano e si devono va­lorizzare i doni e ministeri dei singoli fedeli. Se non coglie e vive questo ruolo nella celebrazione dell’Euca­ristia come lo coglierà nella missione di annunciare il Vangelo? Solo se eucaristica, la comunità può essere ve­ramente missionaria; e, se veramente missionaria, non può non essere eucaristica.

I – LA FESTA PRIMORDIALE: IL GIORNO DEL SIGNORE

6. «La domenica è la Pasqua settimanale, in cui si celebra la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, il compimento della prima creazione e l’inizio della nuova creazione10. È il giorno dell’evocazione adorante e grata del primo giorno del mondo e insieme la prefigurazione, nella speranza ope­rosa, dell’ultimo giorno, quando Cristo verrà nella gloria 11 e saranno fatte nuove tutte le cose»12. Così Giovanni Paolo II presentava la domenica nel­ la sua Lettera apostolica sul Giorno del Signore13. Così sono invitati a celebrarla e a viverla la Chiesa e, nella Chiesa, le singole comunità e i singoli fedeli.

7. Quello che qualifica la domenica cristiana, Giorno del Signore, non è innanzitutto il riposo, come nel sabato ebraico, ma il “convenire”, il radunarci insieme: «riunir­ci insieme, sotto la presidenza del sacerdote, che agisce nella persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore, cioè il sacrificio eucaristico»14. L’Eucaristia, particolarmente l’Eucaristia del Giorno del Signore, è una gioiosa espe­rienza pasquale, è fare Pasqua con Cristo, è credere e sentire il Cristo risorto «realmente presente nell’assemblea dei fedeli riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola e in modo sostanziale e permanente sotto le specie eucaristiche»15.
Se il riposo non è essenziale alla domenica cristiana tuttavia lo era al sabato ebraico. Però «il legame tra il giorno del Signore e il giorno di riposo nella società civile ha una importanza e un significato che vanno al di là della prospettiva propriamente cristiana»16: esso difende l’uo­mo, la famiglia e manifesta una identità.

8. L’Eucaristia domenicale non è semplicemente un pre­cetto da osservare, ma una festa da vivere insieme e nel­ la gioia. «Prima di essere una questione di precetto, è una questione di identità. Il cristiano ha bisogno della domenica. Dal precetto si può anche evadere, dal bisogno no»17.
È una festa da vivere insieme e nella gioia: la gioia di radunarsi insieme nel nome di Cristo, nella certezza che quando due o più sono riuniti nel suo nome, Lui, il Risorto, è presente in mezzo a noi18.
La gioia di ascoltarlo insieme e di accoglierlo in noi sot­to il segno della Parola, perché in quella Parola, nell’atto che viene proclamata, Lui, il Signore è presente19.
La gioia di metterci a tavola con Lui, di fare Pasqua con Lui, la sua Pasqua, vivendo in anticipo la gioia della Pasqua eterna nella domenica senza tramonto20.

9. La missione affidata da Cristo agli apostoli e, mediante gli apostoli, alla Chiesa è scaturita dalla Pasqua. È stato ilCristo risorto che, la sera stessa di Pasqua, apparendo ai suoi apostoli riuniti nel Cenacolo, ha trasmesso loro il dono dello Spirito e li ha inviati dichiarando: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi»21. È stato il Cristo risorto che, prima di essere assunto in cielo, ha detto ai suoi apostoli: «Andate in tutto il mondo e predi­cate il Vangelo ad ogni creatura»22.
È dunque dall’Eucaristia, memoria viva della Pasqua di Cristo, e particolarmente dall’Eucaristia domenica­le, che deriva alla Chiesa l’urgenza della missione; ed è dall’Eucaristia domenicale che la comunità cristiana trae la “parresia”, il coraggio di annunciare il Vangelo agli uomini d’oggi, nelle concrete situazioni in cui vivo­no. «Dalla perpetuazione nell’Eucaristia del sacrificio della Croce e della comunione con il Corpo e il Sangue di Cristo la Chiesa trae la forza spirituale per compiere la sua missione. Così l’Eucaristia si pone come fonte e insieme come culmine di tutta l’evangelizzazione, poiché il suo fine è la comunione degli uomini con Cristo e in lui con il Padre e con lo Spirito Santo»23.

10. «Come i primi testimoni della risurrezione, i cristiani con­vocati ogni domenica per vivere e confessare la presenza del Risorto sono chiamati a farsi nello loro vita evangelizza­tori e testimoni»24. Se celebrata con fede e partecipata con intensità, l’Eucaristia domenicale è una esperienza forte che si sente il bisogno di comunicare. Nella ce­lebrazione domenicale abbiamo ascoltato la parola di Dio, la bella notizia del Vangelo: «e quando la bella no­tizia del Vangelo arde nel cuore, non si riesce a tenerla per sé: si sente l’urgenza di comunicarla». Abbiamo celebrato il dono di amore di un Dio che si è fatto nostro servo e si è consegnato totalmente a noi, per noi: «e quando si è accolto il dono di un amore senza limiti, si sente che è troppo bello per custodirlo in un geloso intimismo». L’Eucaristia dunque non solo ci spinge alla missione, ma ci aiuta a comprenderne il vero senso: «non si va a portare qualcosa di proprio, ma a comunicare il dono ricevuto, con la forza dello Spirito Santo che l’Eucaristia comunica attraverso il Corpo del Risorto»25.

11. La missione, per chi ha partecipato all’Eucaristia dome­nicale, comincia subito dopo il congedo: è il momento di passare dalla mensa della Parola e dalla mensa del Corpo e Sangue di Cristo alla mensa della Carità per trasformare il mondo secondo il Vangelo. Il Giorno del Signore, proprio perché “del Signore” non può non esse­re anche il giorno della carità, il giorno in cui, dopo che Lui è venuto incontro a noi nel segno dell’assemblea, nel segno della Parola, nelle specie eucaristiche, siamo man­dati nel mondo a narrare l’incontro vissuto con il Ri­sorto. Ove sia possibile con le parole che sappiano ren­dere ragione della speranza che è in noi, e sempre con la testimonianza del Vangelo. Infatti, al termine della celebrazione l’assemblea è ‘congedata, mandata’ (da cui il termine Messa, passato a significare tutta la celebra­zione) a vivere ed annunciare quanto ha sperimentato nel mistero; la Cena del Signore attende di essere com­pletata mediante concreti gesti di carità, di attenzione ai poveri, di condivisione, di servizio a chi è nel bisogno, nell’angoscia, nella solitudine26. Siamo chiamati non solo a ‘fare la carità’, ma ad ‘essere carità’. E la carità non rende solo credibile l’annuncio del Vangelo, è già Vangelo, è il primo annuncio del Vangelo. Dice san Paolo: «l’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro»27.

12. Constatiamo con sofferenza e preoccupazione che molti disertano l’assemblea domenicale, segno della presenza di Cristo – problema per altro già rilevato nella Lette­ra agli Ebrei28 – impoverendo così il Corpo di Cristo, la Chiesa, secondo quanto già rilevato nella Didasca­lia degli Apostoli, ove si legge: «Poiché siete membra di Cristo, non disperdetevi dalla Chiesa non riunendovi; infatti, poiché avete in Cristo il vostro capo, secondo la sua promessa, presente e in comunione con voi, non trascuratevi e non private il Salvatore delle sue membra, non lacerate e non disperdete il suo corpo né vogliate anteporre alla Parola di Dio i bisogni della vostra vita temporale, ma in giorno di domenica, mettendo da parte ogni cosa, affrettatevi alla Chiesa»29.
Inoltre, sempre più vediamo aumentare il numero di fratelli e sorelle che per cause molteplici hanno rotto il patto coniugale e vivono in situazioni di convivenza e di matrimonio civile. Molti di essi desiderano poter accostarsi alla Comunione, ma non possono e ne sof­frono. E anche la Chiesa soffre insieme a questi suoi figli. Pur ribadendo quanto già affermato dal Magiste­ro della Chiesa, è importante che le nostre comunità siano accoglienti e facciano loro sentire la vicinanza e fraternità che non viene mai meno. In forza dei sacra­menti dell’iniziazione cristiana essi sono e rimangono figli di Dio. Non possono ricevere la Comunione, ma siano aiutati a sentirsi parte della famiglia ecclesiale e a incontrare il Signore condividendo la vita della parroc­chia, la partecipazione alla Messa festiva, la preghiera comunitaria e personale, la carità, il dialogo spirituale con il presbitero. Ogni ministro agendo in nome e in comunione con la Chiesa è chiamato nella prassi pasto­rale ad attenersi a quanto essa insegna.

Orientamenti

13. Per rendere la domenica sempre più cuore di ogni pro­getto pastorale si conferma quanto già proposto da que­sta Conferenza Episcopale nella Nota Domenica, giorno del Signore e signore dei giorni ai nn. 5-6, integrandolo con alcune altre indicazioni.

a) Si rivedano gli orari delle Messe festive e si riduca­no in modo che fra l’inizio di una Messa e quella seguente ci sia, possibilmente, almeno un intervallo di un’ora e mezza.

b) Le comunità religiose che non hanno chiese aper­te al pubblico, i movimenti e le associazioni e i vari gruppi partecipino alle celebrazioni previste nell’ambito del territorio parrocchiale in cui si trovano e si prestino volentieri per animare la liturgia, fermi restando il diritto legittimamente acquisito.

e) Per sottolineare l’importanza dell’unità della comu­nità parrocchiale, le celebrazioni per gruppi particolari, per quanto possibile, non siano ammesse nel giorno festivo30.

d) Nell’arco dell’anno liturgico è ormai invalsa l’abi­tudine di avere le c.d. “giornate”. Si tenga presente che in simili occasioni non si deve mai stravolgere la celebrazione liturgica, per cui si celebri la Messa propria del giorno del Signore con le relative letture e con omelia sulle letture stesse: si ricordi la spe­cificità della “giornata” nella didascalia introduttiva alla Messa del giorno e in qualche intenzione del­la preghiera universale. Le collette, poi, nelle varie giornate manifestano la carità fraterna: siano attuate in modo opportuno nel contesto della presentazione di doni31.

e) Non è infrequente il caso in cui vi sia la concomi­tanza della domenica e della festa in onore della B.V. Maria o di un santo particolarmente venerati nella zona. Per la scelta della liturgia ci si attenga a quan­ to stabilito dalle Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario, particolarmente ai nn. 56-60, riportate alle pp. LIV-LXXV del Mes­sale Romano. Per il bene pastorale dei fedeli, nelle domeniche del Tempo Ordinario è lecito riprendere la celebrazione che è molto cara alla pietà dei fedeli, purché nell’elenco delle precedenze occupi un posto superiore alla domenica stessa.

f) Nelle chiese vicine alla Cattedrale si eviti di pro­grammare celebrazioni liturgiche in concomitanza con quelle presiedute dal vescovo, anzi si aiutino i fedeli a comprendere come l’Eucaristia presiedu­ta dal vescovo sia la manifestazione più alta della Chiesa particolare32.

g) Per quanto riguarda la Messa festiva anticipata al pomeriggio della vigilia, si tenga presente che:
– deve essere celebrata solo in caso di effettiva opportunità pastorale;
– deve essere liturgia festiva;
– in ogni comunità o chiesa se ne potrà celebrare solo una; dove vi sono unità pastorali di due o più parrocchie si cerchi di convergere in una sola Messa festiva anticipata;
– i pastori dovranno periodicamente illustrare ai fedeli il significato di questa concessione, in modo che non venga oscurato il senso della domenica.

h) Si preveda che alle celebrazioni possano partecipa­re senza alcuna difficoltà i genitori con i loro figli, gli anziani, i diversamente abili33:sarà un aiuto la presenza di collaboratori che prima dell’inizio delle liturgie accolgano i fedeli che entrano in chiesa.

i) Là dove il numero dei bambini e fanciulli è elevato, si studino modalità di celebrazione della Liturgia della Parola con essi in un luogo separato, come previsto al n. 17 del Direttorio per la Messa con i fanciulli34, le quali aiutino i bambini e i ragazzi alla partecipazio­ne insieme a tutta la comunità.

l) Si curi maggiormente la preparazione e la celebrazio­ne delle liturgie festive favorendo la partecipazione anche con il canto dell’intera assemblea, la presenza di tutti i servizi richiesti dall’azione liturgica, la va­lorizzazione del silenzio e dei segni, spiegandone e rispettandone il significato. Si dia più importanza alla formazione al canto di tutta l’assemblea e del coro che anima sotto la guida di persone esperte in musica, canto, direzione. Si investa, più di quanto si sia fatto finora, nella preparazione adeguata di ani­matori del coro e dell’assemblea e di cantori in grado di cantare il Salmo responsoriale35.

m) Il valore teologico della proclamazione della Sacra Scrittura all’interno dell’azione liturgica impone un’adeguata e specifica preparazione dei lettori il cui compito non potrà essere lasciato solamente alla buona volontà dei singoli, in modo che l’ascolto sia favorito dalla dizione e dalla testimonianza di vita di chi legge. A tale proposito si curerà di promuove­re sempre più il Ministero del Lettorato, formando previamente i futuri ministri istituiti attraverso sia corsi di esegesi sia di approfondimento biblico sia anche di dizione36. Inoltre, per meglio evidenziare l’importanza della Liturgia della Parola si tenga pre­sente che l’età minima per essere ammessi a svolgere il servizio di lettore deve essere di 16 anni.

n) Si studino modalità consone a favorire la comunione sotto le due specie in cui risulta più evidente il segno del banchetto eucaristico e più significativamente i fedeli sono chiamati a rinnovare quell’alleanza che genera comunione37. Il luogo per la Comunione sia adatto per far sì che i fedeli possano accostarsi alla Comunione in processione38.

o) Si predispongano orari fissi per dare ai fedeli la pos­sibilità di accostarsi con serenità, senza fretta, como­damente, al sacramento della Penitenza, evitando, per quanto possibile, di celebrare questo sacramento in concomitanza con la Messa.

p) Si favoriscano oltre alla Messa anche altri momenti di preghiera personale, familiare, comunitaria, quali i Vespri e il culto eucaristico. Essendo l’Eucaristia domenicale celebrazione settimanale del Mistero pasquale di Gesù, l’adorazione eucaristica è il prolungamento dell’incontro con il Signore che avviene nella Messa; della lode e della gratitudine per il dono di far parte del Corpo di Cristo; della nostra partecipazione all’offerta del Figlio dell’uomo al Padre; dell’implorazione di crescere nella fede, nella speranza e nella carità.

q) A livello diocesano o vicariale o territoriale gli orari delle celebrazioni liturgiche e in particolare dell’Eu­caristia domenicale siano attentamente valutati così da favorire la partecipazione dei fedeli.

r) Considerato il problema della diminuzione del clero e l’aumento di comunità senza parroco residente si educhino i fedeli a superare i confini territoriali di piccole parrocchie e a sentirsi parte di unità pastorali più vaste, tali da consentire celebrazioni dignitose e festose. Nella prospettiva di introdurre la prassi delle cosiddette Celebrazioni del Giorno del Signore in atte­sa del presbitero, si inizi a preparare diaconi, ministri istituiti e straordinari che siano in grado di aiuta­re queste comunità a mantenere vivo il senso della domenica e della comunione ecclesiale, anche senza celebrazione eucaristica.

II -IL SACRIFICIO DELLA LODE: LA LITURGIA DELLE ORE

14. La celebrazione dell’Eucaristia è il momento centrale del Giorno del Signore; ma il Giorno del Signore non può limitarsi alla celebrazione dell’Eucaristia. È giorno del Signore, giorno della preghiera; giorno in cui dare spazio al silenzio e al colloquio con Dio; giorno in cui con altre forme di preghiera preparare e prolungare la grande celebrazione eucaristica.
E, tra le varie forme, il primato e la precedenza spet­tano alla preghiera liturgica, la Liturgia delle Ore. Una preghiera che, nel Giorno del Signore, non dovrebbe mancare, almeno nei due cardini fondamentali: le Lodi, come preghiera del mattino, e i Vespri, come preghiera della sera. Nel Giorno del Signore si propongano queste ore fondamentali a tutta la comunità, invitando i fedeli ad assumerli gradatamente come preghiera quotidiana, in famiglia, o in gruppo, o anche individualmente. In particolari momenti (tempi forti, veglie di preghiera, giornate di studio, ritiri mensili o annuali) e in gruppi di preghiera, si possono proporre anche le altre parti della Liturgia delle Ore, particolarmente l’Ufficio delle Letture, spiegandone la struttura, il modo di realizzarla, e soprattutto la natura e la finalità, come è stata presen­tata nella Costituzione Laudis canticum del Papa Paolo VI dell’1 novembre 1970.

15. La Liturgia delle Ore è preghiera di Cristo e della Chie­sa. Raccoglie e fonde in unità tutte le forme di preghie­ra: adorazione, lode, benedizione, rendimento di grazie, ascolto, meditazione, invocazione, supplica, stupore, lamento, grido di gioia, grido di dolore, grido di spe­ranza. Preghiera che non solo è la forza della missione, ma è il clima in cui nasce la missione nei tempi e nei luoghi voluti da Dio39. Non solo sostiene la missione, ma della missione assume e rivela le dimensioni, superando i limiti del tempo e dello spazio. Particolarmente mediante i Salmi, la Liturgia delle Ore abbraccia tutte le situazioni della vita umana: «dai confini della terra»40 fa salire a Dio le gioie, i dolori, le attese, le delusioni, le tensioni, le contraddizioni dell’uomo e del mondo, e dall’alto del cielo fa scendere quella parola che dà un senso alla vita e alla storia degli uomini.

16. La Liturgia delle Ore non è solo impregnata di Paro­la di Dio. È una preghiera in cui Dio sta parlando a noi nell’atto stesso in cui parliamo a Lui o di Lui. Dio ci parla della sua storia d’amore, in cui sono coinvolte tutte le genti e tutte le generazioni umane, perché Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla co­noscenza della verità»41. Con la sua apertura, la sua in­tensità e coralità, la Liturgia delle Ore crea lo spirito della missione. È perenne canto di lode e rendimento di grazie: «rendere grazie sempre e in ogni luogo» è «fonte di salvezza»42, di quella salvezza che abbraccia tutte le generazioni umane all’intero universo. Come tutta l’at­tività liturgica della Chiesa, anche la Liturgia delle Ore è culmine e fonte dell’evangelizzazione.

17. Desideriamo esprimere la nostra riconoscenza alle comunità monastiche per la loro testimonianza di comunità oranti. Chiediamo a questi fratelli e sorelle di aiutare i numerosi fedeli, che in tante occasioni bussano alle porte dei loro monasteri, a comprendere il valore della Liturgia delle Ore nel cammino di vita cristia­na e educarli a celebrare con fedeltà quotidiana almeno qualche parte della Liturgia delle Ore.

 

Orientamenti

18. Nelle Cattedrali e nelle chiese almeno dei centri abitati più grandi, si curi nel Giorno del Signore e nelle so­lennità la celebrazione dignitosa delle Ore cardine della preghiera cristiana: Lodi e Vespri, con la presenza di fe­deli. Si coinvolgano, per quanto possibile, le comunità di vita consacrata e, a loro volta, questi fratelli e sorelle si prestino volentieri per rendere simili celebrazioni mani­festazione della Chiesa orante.

19. Si abbia cura a mantenere distinta, specialmente nei giorni festivi, la celebrazione dell’Eucaristia da quella della Liturgia delle Ore.

20. La Liturgia delle Ore per sua indole è una vera e pro­pria celebrazione ecclesiale e presuppone la centralità del canto. Si abbia cura di distribuire le varie parti della liturgia coinvolgendo i fedeli presenti. Si cerchi di edu­care i fedeli a una partecipazione attiva con il canto delle varie parti della celebrazione.

21. Si chiede che nelle proposte di pastorale giovanile si educhino le giovani generazioni alla preghiera con la Liturgia delle Ore, spiegando anche il significato delle varie parti e gli elementi da cui è composta. A tal fine potranno essere utili, pure, le attività estive di formazio­ne.

22. Per facilitare la presenza e partecipazione dei fedeli alla Liturgia delle Ore, in ogni Cattedrale e luogo di culto si espongano nelle bacheche gli orari delle celebrazioni della Liturgia delle Ore unitamente a quelli delle Mes­se.

III – IL TEMPO: L’ANNO LITURGICO

23. L’anno liturgico, e ciascuno dei suoi tempi, è memo­riale, cioè memoria del mistero di Cristo, reso vivo e presente attraverso la parola, le preghiere e i segni che lo rievocano e lo esprimono. «Nella celebrazione liturgica i misteri della redenzione sono resi in qualche modo presenti a tutti i tempi, perché i fedeli possano venirne a contatto ed essere ripieni della grazia di salvezza»43.
L’anno liturgico è l’incontro con una persona e una real­tà viva, Cristo Gesù e il suo mistero attuato nel tempo, e quindi in una successione di momenti, che la Chiesa celebra e vive sacramentalmente nell’arco di un anno. «L’anno liturgico – ricordava Pio XII – non è una fredda e inerte rappresentazione di cose del tempo passato né sem­plice e nudo ricordo di cose d’altri tempi, ma è al contrario Cristo stesso, che perdura nella sua Chiesa, continuando il cammino della sua immensa misericordia cominciata già su questa terra… affinché gli uomini possano venire a contatto dei suoi misteri e così in certo modo vivere per mezzo di essi»44.

24. «L’anno liturgico e la celebrazione del “dies dominicus” formano il perno della catechesi permanente dell’intera co­munità»45. L’anno liturgico ci fa vivere il mistero di Cri­sto «dall’Incarnazione e dalla Natività fino all’Ascensione, al giorno di Pentecoste e all’attesa della beata speranza e del ritorno del Signore»46. Se sapientemente preparato e intensamente celebrato nelle sue varie fasi, è una cate­chesi viva che obbliga a prendere posizione, ad uscire allo scoperto, a fare una scelta. Perché questo avvenga – e può avvenire al di là delle nostre attese – è indispen­sabile superare il ritualismo, l’abitudine, la superficiali­tà, la fretta; rendere viva, bella e gioiosa la celebrazione; corale e festosa la partecipazione dell’assemblea; chiari ed eloquenti i segni, variandoli e qualificandoli in modo che esprimano il “proprium” del tempo liturgico in cui si celebra.

25. «Il culmine di tutto l’anno liturgico rifulge nella celebrazione del sacro Triduo pasquale della Passione e Resurrezione del Signore, preparata dalla Quaresima ed estesa gioiosamente per tutto il ciclo dei seguenti cinquanta giorni»47. Secondo la felice espressione di san Paolo, Cristo è la “nostra Pa­squa”48.

26. «L’annuale cammino di penitenza della Quaresima è il tempo di grazia, durante il quale si sale al monte santo della Pasqua. Infatti la Quaresima, per la sua duplice caratteri­stica riunisce insieme catecumeni e fedeli nella celebrazione del mistero pasquale»49.

27. Il Natale fa partecipi della grazia salvifica dell’Incarna­zione del Signore allorché «il Verbo invisibile apparve visibilmente nella nostra carne e, generato prima dei secoli, cominciò ad esistere nel tempo»50.

28. L’Avvento è memoria della lunga attesa del Messia nei secoli e della sua venuta nella carne. Non è solo prepara­zione in vista del Natale, ma è già celebrazione del mi­stero della manifestazione del Signore. Infatti, il tempo di Avvento è la celebrazione del mistero di Colui che viene, il Veniente. Si tratta di accogliere la presenza del futuro che nella celebrazione liturgica si manifesta nel­l’«oggi». Celebrare l’Avvento significa scorgere nell’oggi della Chiesa e del mondo il volto del Cristo risorto che viene e verrà.

29. Le domeniche del Tempo ordinario sono destinate a ce­lebrare il Mistero di Cristo nella sua globalità e a for­mare i “discepoli” del Signore con la contemplazione del mistero celebrato, vissuto e testimoniato, di domenica in domenica.

30. La Chiesa in ogni tempo e in ogni ricorrenza dell’anno liturgico, comprese le feste della beata Vergine Maria e dei Santi, celebra il mistero di Cristo, l’opera della nostra redenzione. E non una parte, ma, anche nei singoli tem­pi e nelle singole feste, nella liturgia domenicale come in quella feriale, tutto il mistero di Cristo. In ogni fram­mento dell’anno liturgico è presente tutto il mistero dì Cristo.

31. L’anno liturgico è esperienza viva del mistero di Cristo nelle sue varie manifestazioni: suppone che Cristo sia già conosciuto e accolto nella fede; suppone la prima evangelizzazione. Non è per chi deve essere evangeliz­zato, ma per chi, già evangelizzato, è chiamato ad es­sere evangelizzatore. Se il cammino di iniziazione alla vita di fede, secondo il Rito di Iniziazione Cristiana degli Adulti, può essere inserito nell’Anno liturgico (particolarmente nei tempi forti di Quaresima – Pasqua) è proprio per mettere il candidato a contatto con una comunità che, già evangelizzata, celebra e vive in pie­nezza il mistero di Cristo. La mancanza di una adeguata evangelizzazione e catechesi è fra le cause principali che impediscono ai fedeli di cogliere e vivere l’anno liturgico nella sua unità e ricchezza e lo induce a introdurvi ele­menti devozionali o folkloristici. Essi sono certamente apprezzabili, ma secondari rispetto alla vera natura del­l’anno liturgico, che è quella di essere memoria, presenza e profezia di Cristo nel mondo attraverso la Chiesa.

Orientamenti

32. «L’anno liturgico ha mantenuto, nel suo ritmo sacramenta­le, la struttura dell’antica istituzione del catecumenato: la Quaresima ne costituisce il tempo forte e la Pasqua il cul­mine. È questo l’itinerario catecumenale proprio dell’intera comunità, e adatto a tutte le età della vita umana»51.
L’anno liturgico è il primo progetto pastorale offerto dallo Spirito Santo e che la Chiesa ci offre e ogni scelta concreta delle comunità dovrà farlo emergere. Abbia, quindi, la precedenza assoluta su ogni altro progetto pa­storale; anzi ogni progetto pastorale è valido nella mi­sura in cui ha l’anno liturgico come punto di partenza e punto di arrivo. Merita una particolare attenzione da parte di tutti gli operatori pastorali. Suo scopo primario è fare dell’assemblea che celebra i santi misteri una co­munità evangelizzata; di ogni membro della comunità un coraggioso testimone di Cristo e del suo Vangelo.

33. Si rispetti l’indole propria di ogni tempo liturgico.
a) Per sottolineare il particolare clima liturgico si potranno cu­rare alcuni segni (addobbi, luci, fiori, ecc.) complemen­tari ai segni specifici del tempo quali i colori liturgici, i segni sacramentali, il canto, la musica52 gli stessi poli celebrativi, così che di volta in volta si manifesti la di­mensione dell’attesa (Avvento); il richiamo alla conver­sione e alla penitenza (Quaresima); la gioia della manifestazione del Signore (Natale) e della sua risurrezione (Pasqua); l’importanza della testimonianza del Vangelo nella vita quotidiana (Tempo Ordinario). Così, se ad esempio nel periodo quaresimale potrà essere sottoli­neata la dimensione penitenziale anche attraverso una valorizzazione del luogo del sacramento della Peniten­za, nel Tempo di Pasqua si potrà curare particolarmente il battistero e il fonte battesimale, come anche eviden­ziare l’esultanza che si espande dal cero pasquale, segno del solare riverbero nella Chiesa e nel mondo della luce salvatrice di Cristo risorto. Anche i paramenti liturgici sono elementi che differenziano i diversi tempi dell’an­no liturgico.

b) In Quaresima, negli anni dei cicli festivi B e C, se le letture del ciclo A non vengono utilizzate alla domenica, si facciano in una giornata feriale delle ultime tre setti­ mane di Quaresima. Infatti sono testi che permettono di comprendere meglio l’indole catecumenale-battesi­male della Quaresima, il cui culmine è il rinnovo del­le promesse battesimali nella Veglia Pasquale. Si abbia particolare cura nella preparazione della Veglia Pasqua­le: sarà celebrazione notturna (non anticipandone l’ora) e prolungata (non breve, omettendo le letture). In essa sono presenti gli elementi di fondo di qualsiasi forma­zione e celebrazione cristiana.

34. Nel Rito Romano, fin dall’antichità si svilupparono le stazioni quaresimali come occasione per manifestare il radunarsi della Chiesa presente sul territorio. Da alcuni anni vediamo che simili iniziative si sono instaurate con rinnovato vigore. Auspichiamo che sempre più esse di­ventino uno degli elementi portanti del cammino comu­nitario verso le solennità pasquali da parte delle comu­nità zonali, vicariali, foranee, tempo in cui «partecipare ai fedeli le sovrabbondanti ricchezze della Parola divina»53. I presbiteri studino con i Consigli pastorali iniziative per incentivare la partecipazione dei propri fedeli. Sappiano, poi, che la loro presenza attiva è espressione della colle­gialità e fraternità sacerdotale che lega i presbiteri anche nel lavoro pastorale nell’ambito del territorio.

35. L’Avvento, segnando l’inizio di un nuovo anno liturgico, sembra il momento più adatto per sottolineare davanti alla comunità l’inizio del cammino di adulti, ragazzi e fanciulli che si stanno preparando a completare l’Inizia­zione Cristiana e a riceverne i sacramenti.

IV – INIZIAZIONE ALLA VITA CRISTIANA E ALLA MISSIONE DELLA CHIESA

36. «Per mezzo dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, gli uo­mini, uniti con Cristo nella sua morte, nella sua sepoltura e risurrezione, vengono liberati dal potere delle tenebre, rice­vono lo Spirito di adozione a figli e celebrano, con tutto il popolo di Dio, il memoriale della morte e risurrezione del Signore»54.
I sacramenti dell’Iniziazione cristiana, Battesimo, Confermazione ed Eucaristia sono «così intimamente tra loro congiunti, che portano i fedeli a quella maturità cristia­na per cui possono compiere, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria del popolo di Dio»55.

37. La missione propria del popolo di Dio è l’annuncio del Vangelo. Il cammino dell’iniziazione cristiana raggiun­ge in pienezza la sua finalità solo quando porta i fedeli, con l’apporto della comunità, non solo ad accogliere, ma anche a trasmettere la fede che è stata loro comunicata, ad annunciare la Parola di Dio e in particolare il Van­gelo, dal quale e nel quale sono stati rigenerati, a saper rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro56.

38. Il punto d’arrivo dell’iniziazione cristiana non è la ce­lebrazione dei sacramenti ma la conversione, l’adesio­ne a Cristo Signore e l’inserimento pieno e attivo nella Chiesa. «È infatti il tempo di quell’evangelizzazione che con fiducia e costanza annunzia il Dio vivo e colui che egli ha inviato per la salvezza di tutti, Gesù Cristo, perché i non cristiani, lasciandosi aprire il cuore dallo Spirito Santo, liberamente credano e si convertano al Signore e aderiscano sinceramente a lui che, essendo via, verità e vita, risponde a tutte le attese del loro spirito, anzi infinitamente le supe­ra»57.

39. L’iniziazione è dunque un itinerario formativo: l’aposto­lo Paolo non esita a paragonarlo alla gestazione e al par­to, perché si tratta di “formare Cristo” nella persona del candidato58. Una formazione che può maturare solo nel tempo, in costante ascolto della Parola di Dio e con la presenza e l’apporto determinante della comunità, come espressione della presenza della Chiesa-Madre.
I tre sacramenti dell’iniziazione vi hanno un ruolo di primo ordine, però l’iniziazione non è principalmente in vista dei sacramenti. Sono i tre sacramenti a servizio dell’iniziazione, non l’iniziazione a servizio dei sacra­menti.

40. Secondo il Rito di iniziazione cristiana degli adulti tre sono le situazioni che esigono l’itinerario dell’Iniziazio­ne:
– quella di adulti non credenti che hanno espresso il desiderio e la volontà di entrare nella fede cristiana59;
– quella di adulti che, battezzati da bambini, non hanno avuto però né formazione cristiana né i sacramenti della Confermazione e dell’Eucaristia 60;
– quella di fanciulli e ragazzi fra i 7 e i 14 anni, che non hanno ricevuto il Battesimo nell’infanzia61.
La Chiesa italiana, per orien­tare e accompagnare la pastorale di iniziazione in queste situazioni sempre meno rare, ha preparato tre impor­tanti Note, che le nostre comunità dovranno applicarsi a studiare62.

Sempre più si deve parlare di iniziazione alla vita cri­stiana anche nell’attuale situazione dei fanciulli battez­zati che si preparano a ricevere i sacramenti della Con­fermazione e dell’Eucaristia.

41. Oggi vi è una particolare necessità e urgenza di cam­mini formativi, sapientemente e opportunamente dif­ferenziati, per una vera conversione alla vita in Cristo e alla missione della Chiesa, perché ci troviamo davanti ad una situazione nuova. Sempre più spesso, ci sono bambi­ni battezzati che vivono in un contesto di vita familiare non più orientato a Cristo. In molti di quelli che ancora si considerano – e che noi ancora consideriamo – cristia­ni manca il fondamento della fede, il “perché credo”, “a chi o che cosa credo”, “che cosa vuol dire praticamente credere”.
Per questo anche gli incontri o corsi catechistici in pre­parazione alla celebrazione dei sacramenti dovrebbe­ro partire dai fondamenti della fede: non sì può dare per scontata, oggi, particolarmente nei ragazzi e negli adolescenti, una situazione di fede che in pratica nella maggior parte dei casi non c’è.

42. C’è quindi bisogno, oggi più che mai, sia per l’iniziazione cristiana sia per la catechesi – ai fanciulli e agli adulti – di guide, animatori, catechisti, figure di accompagnamen­to, seriamente preparati. Non basta la buona volontà o la disponibilità, anche se è già tanto: occorre una specifica preparazione dottrinale e spirituale.
C’è bisogno di adulti profondamente maturati nella fede, veramente “evangelizzati”, cioè che si sono lasciati conquistare da Cristo63, che ne sono innamorati, e che quindi sono in grado di evangelizzare e di trasmettere ad altri il dono della fede ricevuto. L’iniziazione e la catechesi hanno bisogno di testimoni che siano anche maestri. E in questo cammino è fondamentale la testi­monianza e la vicinanza della comunità.

Iniziazione cristiana dei fanciulli

43. Per antica e costante tradizione, i tre sacramenti del­ l’iniziazione sono disposti in questo ordine: Battesimo, Confermazione, Eucaristia. Si tratta dell’ordine fedelmente seguito nel caso dell’iniziazione cristiana degli adulti, che prevede la celebrazione unitaria dei tre sacra­menti, e quindi «se non si oppongono gravi ragioni, non si battezzi un adulto senza che riceva la Confermazione su­bito dopo il Battesimo»64. Tale ordine è confermato anche dal Catechismo della Chiesa Cattolica.
È noto che, secondo la tradizione delle Chiese in Occi­dente, nel caso dei bambini battezzati nei primi giorni dalla nascita, la Confermazione e l’Eucaristia sono an­date separandosi dalla celebrazione del Battesimo, sia allo scopo di evidenziare meglio il ministero del Vesco­vo nel cammino di iniziazione cristiana, sia allo scopo di favorire con la crescita dell’età del battezzato la con­sapevolezza del dono ricevuto.
A partire dal Direttorio liturgico pastorale del 1967, la Chiesa italiana ha cominciato a prospettare l’opportu­nità di rimandare l’età della Confermazione65 fissandola attorno ai 12 anni66, allo scopo di assicurare, dopo la Prima Eucaristia, un ulteriore momento di catechesi e di formazione nel cammino verso l’adolescenza.
Questa sequenza Battesimo-Eucaristia-Confermazio­ne è attualmente ancora in vigore. Ad orientare ver­so un graduale ritorno alla successione tradizionale di Battesimo-Confermazione-Eucaristia è la disposizione prevista dalla Nota pastorale dei Vescovi Italiani, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, ove si legge: «Si è finora cercato di ‘iniziare ai sacramenti’: è un obiettivo del progetto catechistico per la vita cristiana, cui vanno riconosciuti indubbi meriti e che esige ulteriore impegno per una piena attuazione. Dobbiamo però anche ‘iniziare attraverso i sacramenti’. Ciò significa soprattutto salvaguardare l’unitarietà dell’iniziazione cristiana. Non tre sacramenti senza collegamenti, ma un’unica azione di grazia: parte dal Battesimo e si compie attraverso la Con­fermazione nell’Eucaristia. È l’Eucaristia il sacramento che, continuamente offerto, non chiude un’esprienza, ma la rinnova ogni settimana, nel Giorno del Signore. Le speri­mentazioni che, secondo le disposizioni date dai vescovi e limitatamente ad alcune parrocchie, alcune diocesi hanno avviato o stanno avviando circa una successione, diversa da quella attuale, della celebrazione della Confermazione e della Messa di Prima Comunione, potranno essere utili per una futura riflessione comune su questo tema»67.
È quindi sommamente auspicabile che la celebrazione dei tre sacramenti ritorni al più presto all’ordine del­la Tradizione, certamente più logico dal punto di vista teologico e pastorale68.

44. Collocato al posto giusto, il secondo sacramento del­ l’iniziazione cristiana dovrebbe essere indicato, anche nel linguaggio comune e non solo nei documenti uffi­ciali, preferibilmente con il nome di Confermazione, per aiutare i fedeli a cogliere il suo intimo rapporto con il Battesimo. È con il dono dello Spirito che il battezzato viene confermato nella fede, reso partecipe e correspon­sabile della vita e della missione della Chiesa, capace quindi non solo di professare la propria fede, ma anche di testimoniarla e annunciarla ai fratelli. Con il Battesi­mo il credente è immerso nella forza purificante e san­tificante della Pasqua di Cristo; con la Confermazione è afferrato dallo Spirito della Pentecoste che ha aperto la strada alla evangelizzazione del mondo.

45. Anche il terzo sacramento dovrebbe gradualmente as­sumere il suo vero nome. Secondo l’insegnamento dell’Istruzione Eucharisticum mysterium, ripreso testual­mente sia dal Catechismo della Chiesa Cattolica sia dalla Enciclica Ecclesia de Eucharistia, «la Messa, o Cena del Signore, è contemporaneamente e inseparabilmente sacrifi­cio in cui si perpetua il sacrificio della croce, memoriale del­la morte e risurrezione del Signore, sacro convito in cui per mezzo della comunione del Corpo e Sangue del Signore il popolo di Dio partecipa ai beni del sacrificio pasquale»69. I termini “prima Comunione” o anche “Messa di prima Comunione” presentano solo l’aspetto conviviale della Messa, ignorando gli altri due, e portano ad una conce­zione riduttiva, quindi carente, del sacramento. Poiché la Comunione è elemento essenziale nella celebrazione eucaristica, la cosiddetta “prima Comunione” o “Messa di prima Comunione” in realtà è la prima Messa, la pri­ma Eucaristia. È la prima volta che il battezzato-con­fermato celebra con tutto il popolo di Dio il memoriale della Pasqua del Signore, è associato al sacrificio di Cri­sto, siede al banchetto nuziale in cui, mangiando l’unico pane e bevendo all’unico calice, diventa una cosa sola con Cristo e con tutti i fratelli che formano con lui il Corpo Mistico di Cristo, che è la Chiesa.

 

Orientamenti

La Chiesa è Madre

46. I sacramenti sono doni di Dio affidati alla Chiesa. Ogni loro celebrazione dovrebbe manifestare questa dimen­sione ecclesiale. Se questo è vero per ogni sacramento, lo è particolarmente per quelli dell’iniziazione cristiana. Già Cipriano affermava: «Non può avere Dio per Padre, chi non ha la Chiesa per Madre»70. E Agostino insegnava: «La funzione della Chiesa è di essere madre e figlia: infatti se la si considera nell’insieme dei membri che la costituiscono è madre; tuttavia presi individualmente essi sono figli»71. Nell’esperienza catecumenale ogni candidato diventa cristiano in seno a una Chiesa particolare, e tutte le va­rie componenti – comunità parrocchiale, famiglia, grup­po di accompagnamento – sono chiamate ad accogliere, collaborare, accompagnare con la preghiera e l’esempio.

47. Fin dall’antichità, in questo cammino, è stata importante la figura del padrino e della madrina: essi erano e sono il segno concreto della maternità della Chiesa. Affian­candosi ad adulti, giovani, adolescenti, ragazzi, fanciulli e bambini, devono accompagnare questi fratelli e sorelle a conoscere sempre meglio il Signore e a condividere la vita della comunità. Per l’accettazione di un padrino e una madrina non è più sufficiente, dunque, un puro espletamento burocratico e rispetto delle norme canoni­che: essere cattolico; avere ricevuto i sacramenti dell’ini­ziazione cristiana; condurre una vita conforme alla fede cristiana e all’incarico che si assume; avere compiuto 16 anni; non essere in situazione di irregolarità nella vita matrimoniale (non essere convivente; non essere spo­sato solo civilmente; non essere divorziato risposato)72. L’osservanza delle norme sia unita a un’attenta e delica­ta spiegazione che illustri il vero senso della figura del padrino, della madrina. Nei confronti delle persone che desiderano ricoprire il ruolo di padrino o madrina e non lo possono fare, perché non in sintonia con le norme ca­noniche, si abbia la delicatezza di aiutarle a comprende­re come l’esclusione non significhi un giudizio nei loro confronti, ma una coerenza della Chiesa con la fede che custodisce.
Si auspica che nelle parrocchie si possano individuare persone adatte, segno della sollecitudine della comunità, le quali si affianchino al padrino e alla madrina per aiuta­re colui che riceve il sacramento a camminare in una vita cristiana.

La preparazione

48. Tutti i tre sacramenti dell’iniziazione cristiana, abitual­mente conferiti e celebrati nelle nostre comunità, do­vrebbero essere nella realtà quello che sono già per na­tura: momenti e tempi di evangelizzazione. Anzitutto nella fase preparatoria.

a) I genitori che chiedono il Battesimo per il loro bam­bino hanno il diritto e il dovere di essere evangeliz­zati: di sapere che cosa significa e che cosa comporta ricevere il Battesimo, di essere introdotti nel cuore del mistero cristiano, di conoscere la vera natura e la missione della Chiesa e rendersi conto che, se affida­no il loro bambino alla Chiesa, non possono rima­nere del tutto estranei alla vita della Chiesa stessa. Se è un diritto poter avere il Battesimo, è però im­portante tener presente che nei Vangeli il mandato di battezzare è strettamente collegato a quello di ammaestrare e insegnare73. È sempre più necessario che si arrivi a prevedere almeno tre/quattro incontri con i genitori che chiedono il Battesimo per i figli, prima della celebrazione stessa. È pure auspicabile che si studi come mantenere i contatti con i genitori anche dopo la celebrazione del Battesimo, negli anni fino a quando i figli non inizieranno a frequentare il catechismo, per sostenere le famiglie in un cammi­no di crescita della fede e per aiutarle ad adempiere l’impegno che si sono assunte di educare i figli nella fede della Chiesa.

b) Egualmente, i genitori che chiedono per un loro fi­glio il sacramento della Confermazione non posso­no rimanere estranei al cammino di fede che il figlio sta facendo per prepararsi a ricevere il sacramento. La Confermazione fa maturare nel ragazzo la fede, lo impegna a vivere e a testimoniare il Vangelo, a farsi servo di Cristo e dei fratelli. Impegni che potrà mantenere se aiutato dalla famiglia, in particolare dai genitori. Essi, pure, hanno bisogno di essere evange­lizzati o nuovamente evangelizzati per poter essere non solo in sintonia con il figlio, ma precederlo con la testimonianza della loro vita e della loro fede.

c) E così i genitori che chiedono di ammettere il loro figlio alla Prima Eucaristia. Spesso per i genitori è «il momento favorevole»74 per ripensare e riscoprire la Eucaristia come culmine e fonte della vita del­ la Chiesa e quindi della loro vita; in particolare per riscoprire la Messa domenicale come momento di gioia: la gioia di essere insieme nel nome di Cristo, la gioia di ascoltare insieme la Parola di Dio, la gioia di fare insieme la Pasqua di Cristo; gioia che, se vis­suta intensamente, non può non riflettersi dopo nel­ la vita quotidiana della famiglia.

d) L’ideale sarebbe che il cammino di fede in prepa­razione alla Confermazione e alla prima Eucaristia fosse proposto e fatto insieme – genitori e figli – in famiglia o in gruppi di famiglie. Se questo non è possibile, che si istituiscano almeno due percorsi pa­ralleli: quello dei genitori e quello dei figli.

e) Si abbia particolare attenzione per le famiglie in cui i genitori vivono in situazioni irregolari. La prepa­razione e celebrazione dei sacramenti dei loro figli non sia motivo di disagio, ma esperienza del Cuore del Padre Celeste, che sempre perdona e rinnova, e della Chiesa, che è sempre una Madre che accoglie e accompagna i suoi figli.

f) Nella preparazione dei fanciulli ai sacramenti si uti­lizzino i Catechismi della CEI per l’iniziazione cri­stiana: Io sono con voi (arco età 6-8 anni); Venite con me (arco età 8-10 anni); Sarete miei testimoni (arco età 11-12 anni); Vi ho chiamati amici (arco età 12-14 anni).

g) Negli itinerari per il completamento dell’iniziazio­ne cristiana si abbia grande cura di prevedere anche momenti celebrativi con la sottolineatura di segni significativi per il cammino di fede; di porre più stretti rapporti con esperienze permanenti di carità, coinvolgendo persone diversamente abili, ammalati, anziani e strutture di assistenza presenti nella par­rocchia e a livello zonale.

La celebrazione

49. Non solo la preparazione, anche e soprattutto la celebra­zione dei tre sacramenti deve essere luminosa ed evan­gelizzante.

a) Per la celebrazione del Battesimo: mettere in rilievo il ruolo dei genitori e dei catechisti; valutare attenta­mente, tenendo presente la concreta fisionomia della comunità, se sia opportuno o no inserire la celebra­zione del Battesimo nell’Eucaristia domenicale e, in caso non sia opportuno, se sia pastoralmente valido collocarla fuori dai normali appuntamenti della co­munità. Si veda di utilizzare la possibilità di fare i Riti di accoglienza e l’unzione con l’Olio dei cate­cumeni circa un mese prima della celebrazione del Rito del Battesimo e nel frattempo prevedere gli in­contri di preparazione con i genitori nelle loro case. Luogo della celebrazione è normalmente la chiesa parrocchiale.

b) Nella celebrazione della Confermazione e della Prima Eucaristia: deve apparire chiaramente che non è azione solo dei ragazzi e genitori interessati dal sacramento, ma azione dell’intera comunità.

c) Tenendo presente la particolare importanza del Tri­duo Pasquale e l’unità delle sue celebrazioni liturgi­che, non si inserisca la Prima Eucaristia al Giovedì Santo nella Messa “in coena Domini”. A tal propo­sito, l’Istruzione della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti afferma: «Si scelga piuttosto un altro giorno, come le domeniche II-IV di Pasqua o la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo o le domeniche ‘per annum’: in quanto la do­ menica è giustamente considerata il giorno dell’Eucari­stia»75. Inoltre si abbia cura di predisporre lo spazio celebrativo non introducendo segni e gesti (ad es. far accomodare i ragazzi attorno a un tavolo oppure chiamarli attorno all’altare durante la preghiera eu­caristica ….) che verrebbero a distorcere la fede della Chiesa nella celebrazione eucaristica, già preceden­temente richiamata al n. 45.

d) La celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cri­stiana non avvenga normalmente in Quaresima.

e) È sempre bello poter avere qualche ricordo dei mo­menti fondamentali della celebrazione dei sacra­menti. Il progresso tecnico ha permesso di avere or­mai strumenti molto sofisticati e di alta precisione. Pertanto per le riprese cine-fotografiche si abbia uno o al massimo due operatori autorizzati, i quali, in ac­cordo con il responsabile del luogo di culto e stando in posizione adatta, potranno riprendere i momenti più importanti del rito cercando di non disturbare la celebrazione e la partecipazione dell’assemblea.

La mistagogia

50. Fin dall’antichità, dopo la celebrazione dei sacramen­ti si è curata la mistagogia, tempo importantissimo che consente a coloro che hanno ricevuto i sacramenti di stabilire rapporti più stretti con la comunità e di avere una rinnovata visione della realtà e un impulso di vita nuova76.

a) Si studino, perciò, iniziative per stare vicini ai genitori e accompagnarli in un cammino di vita cristiana anche dopo il Battesimo dei figli, per lo meno fino all’inizio del periodo del catechismo per il comple­tamento dell’iniziazione cristiana. Si potrà utilizzare il catechismo CEI Lasciate che i bambini vengano a me.

b) Anche dopo la celebrazione della Confermazione e della Prima Eucaristia, «è bene valorizzare esperien­ze che si vanno diffondendo di catechesi familiare: con varie forme di coinvolgimento, tra cui percorsi integrati tra il cammino dei fanciulli e quello degli adulti. Occorre sostenere la responsabilità educativa primaria dei geni­tori, dando continuità ai percorsi formativi della par­rocchia e delle altre agenzie educative del territorio»77.

I poli celebrativi

51. La stessa cura per la disposizione dei poli celebrativi (battistero, altare, ambone, sede, luogo dell’assemblea, custodia eucaristica) secondo la riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II potrà aiutare a vivere la cele­brazione dei sacramenti e la mistagogia come momenti di autentica iniziazione alla vita cristiana.

Battistero: fonte battesimale; luogo degli oli santi; cero pasquale. L’importanza del sacramento, vera porta della vita, esige attenzione al luogo in cui esso deve essere amministrato: collocazione, funzionalità, decoro, pulizia, verità dei segni (es. cero pasquale di vera cera, acqua viva, luce, ecc.), contribuisco­no a rivelare il senso del Battesimo. La normativa della Confe­renza Episcopale Italiana ricorda che il luogo del battistero (e quindi della amministrazione del battesimo) deve evidenziare anche che la vita cristiana è un cammino che ha il suo vertice nell’Eucaristia e quindi nell’altare.
Di conseguenza la collocazione del fonte battesimale nell’area presbiterale non è da incoraggiare; piuttosto andranno favorite collocazioni che mettano in evidenza il rapporto tra Battesimo e ingresso. È auspicabile pure che si costituisca un qualche rapporto tra il luogo del Battesimo e quello della Penitenza.
Il fonte battesimale – che non può essere una vasca mobile – abbia quegli accorgimenti tali da consentire anche il battesimo per immersione78. Nel battistero potranno trovare adeguata collocazione gli oli santi (cfr. riti dell’accoglienza degli oli san­ti all’inizio della Messa “in coena Domini”) e il cero pasquale.

Altare. In quanto ospita la Cena, l’altare è una mensa convi­viale; in quanto luogo su cui Cristo fa di se stesso offerta al Padre e all’umanità l’altare è anche ara del sacrificio. L’altare è di conseguenza il punto simbolico più visibile dell’appuntamento di Dio con l’umanità e quindi posto in luogo che assicuri senso pieno alla celebrazione; idealmente circondato dal popolo e aperto al mondo su tutti i lati è il piccolo – grande segno di Cristo e della Chiesa che sono sacramento di unità per l’intero genere umano.
Per il suo riferimento cristologico l’altare esige di essere unico, inamovibile, di qualità artistica, alquanto elevato sul piano del presbiterio, così che anche il ministro ordinato “salga all’altare”; non potrà essere un semplice “arredo” funzionale o un supporto di oggetti79. Si avrà cura di non collocare sulla mensa se non i vasi sacri, il messale ed eventualmente la croce, le can­dele e i fiori80.

Vasi sacri. Si richiede strettamente che i materiali siano davvero nobili, di modo che con il loro uso si renda onore al Signore e si eviti completamente il rischio di sminuire agli occhi dei fedeli la dottrina della presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche. È pertanto riprovevole qualunque uso, per il quale ci si serva nella celebrazione della Messa di vasi comu­ni o piuttosto scadenti quanto alla qualità o privi di qualsiasi valore artistico, ovvero di semplici cestini o altri vasi in vetro, argilla, creta o altro materiale facilmente frangibile. Ciò vale anche per i metalli e altri materiali facili ad alterarsi81.

Ambone. I cristiani hanno come libro prezioso la Sacra Scrittura che incastona il Vangelo tra l’Antico Testamento e gli scritti apostolici. Il Concilio Vaticano II ha ribadito l’im­portanza della Liturgia, della Parola e la presenza di Cristo nella Parola proclamata. Per la proclamazione della Parola i cristiani hanno – fin dall’antichità – un luogo “alto”, l’ambone: di lì la Parola scende sulla Chiesa.
L’ambone è il luogo proprio della proclamazione della Parola di Dio, uno degli elementi essenziali della celebrazione. Per­ tanto l’ambone non potrà essere un semplice leggio; piuttosto esso sarà una unica, nobile, stabile, elevata tribuna82 per la cui collocazione si sceglierà un luogo che funga da cerniera tra lo spazio dell’altare e lo spazio assembleare. All’ambone salgono esclusivamente il lettore, il salmista, il diacono, il sacerdote per la proclamazione della Sacra Scrittura, tenere l’omelia, invitare alla preghiera dei fedeli. Per il commentatore, il cantore, l’ani­matore del canto si destinerà un altro luogo.

Sede. Il Concilio Vaticano II ha evidenziato come il popolo di Dio sia sacerdotale, regale e profetico. È un popolo attivo e con una varietà di ministeri da svolgere sia nell’azione liturgica che nella vita della Chiesa; è un popolo radunato in nome di Cristo e ordinato da colui che lo presiede in nome di Cristo. La visibilità di questo compito viene sottolineata dalla sede, che prima di una valenza funzionale ha un significato sim­bolico: è un luogo dove la fede legge la presenza del Divino Pastore.
La sede non può quindi essere collocata a ridosso dell’altare (neppure di quello tridentino), né in asse con esso. Il luogo della sede sarà pertanto uno spazio autonomo, in diretta co­municazione con l’assemblea. Essendo il presidente figura di Cristo, la sede non può essere né una semplice sedia, né un tro­no. Chi presiede è lì perché, come Cristo, deve servire i fratelli e favorire il servizio di tutti e ciascun battezzato a favore della Chiesa e dell’umanità. Nelle cattedrali si eviterà che la sede del presbitero entri in competizione con la cattedra episcopale83.

Spazio per l’assemblea. Soggetto celebrante è l’assemblea dei fedeli gerarchicamente ordinata. Negli adeguamenti delle chiese come nella progettazione dei nuovi luoghi di culto sarà da tener conto pertanto dello spazio da destinare ai fedeli in modo che sempre più «partecipino all’azione sacra consapevol­mente, piamente e attivamente»84. Non si tratta solamente di una esortazione pastorale, ma di un’asserzione che si radica in una ben precisa ecclesiologia, secondo la quale «ogni celebra­zione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo Corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza»85. Per­ tanto i fedeli e i ministri ordinati, insigniti rispettivamente del sacerdozio comune e del sacerdozio ministeriale o gerarchico, pur distinti fra loro essenzialmente, «partecipano all’unico sa­cerdozio di Cristo»86 e mentre i sacri ministri «compiono il sacrificio eucaristico in persona di Cristo e lo offrono a Dio a nome di tutto il popolo», i fedeli «concorrono all’oblazione dell’eucaristia»87.

Tabernacolo. La santissima Eucaristia venga custodita in un solo tabernacolo della chiesa o dell’oratorio. Secondo lo spirito dei libri liturgici, il tabernacolo nel quale si custodisce l’Eu­caristia di norma non sia in presbiterio o presso l’altare dove si celebra, ma piuttosto collocato in una parte distinta della chiesa, visibile, doverosamente ornata per onorare la presenza pasquale del Signore e adatta alla preghiera. Il tabernacolo nel quale si custodisce abitualmente l’Eucaristia sia inamovibile, pregevole, costruito con materiale solido non trasparente e chiuso in modo tale che sia evitato il più possibile ogni peri­colo di profanazione. Per causa grave è consentito conservare la santissima Eucaristia, soprattutto durante la notte, in altro luogo più sicuro e decoroso. Chi ha la cura della chiesa o del­ l’oratorio, provveda che la chiave del tabernacolo nel quale è conservata l’Eucaristia, sia custodita con la massima diligen­za88.

V – I SACRAMENTI DI “GUARIGIONE”

52. «Il Signore Gesù Cristo, medico delle nostre anime e dei no­stri corpi, colui che ha rimesso i peccati al paralitico e gli ha reso la salute del corpo, ha voluto che la sua Chiesa continui, nella forza dello Spirito Santo, la sua opera di guarigione e di salvezza, anche presso le proprie membra»89. Con questa premessa il Catechismo della Chiesa Cattolica presenta, sotto l’unico titolo “I sacramenti di guarigione”, il sa­cramento della Penitenza e l’Unzione degli infermi. I due sacramenti quindi si richiamano e si integrano a vi­cenda: come ricorriamo al sacramento della Penitenza ogni volta che ci sentiamo aggrediti e dominati dal male morale, così possiamo ricorrere al sacramento dell’Un­zione degli infermi ogni volta che ci sentiamo colpiti e prostrati dal male fisico.

Effettivamente la salvezza operata da Gesù Cristo è una liberazione totale che investe anima e corpo. Gesù non è venuto a salvare semplicemente le anime; è venuto a sal­vare l’uomo, la persona umana. E la persona umana, nel­la visuale biblica, è una unità profonda, anima e corpo; per essere salvata, deve essere liberata da tutto il male: il male che blocca o mortifica la vita del corpo, il male che uccide o impedisce la vita dello spirito. Nella gua­rigione del paralitico90, citata dal Catechismo della Chie­sa Cattolica, la liberazione dalla paralisi fisica è segno e conseguenza della liberazione dal male che è nel cuore del paralitico: il peccato.

La Penitenza

53. Scopo della penitenza – e quindi anche del sacramento della Penitenza – è «essenzialmente quello di riaccendere in noi l’amore di Dio e riportarci pienamente a lui»91. L’assoluzione dal peccato non è tutto: c’è una situazione spirituale da rivedere, da rovesciare o almeno da cor­reggere, per orientarla decisamente verso la santità. Il sacramento della Penitenza esige quindi una vera con­versione, «quel cambiamento intimo e radicale, per effetto del quale l’uomo comincia a pensare, a giudicare, a riordi­nare la sua vita, mosso dalla santità e dalla bontà di Dio, come si è manifestata ed è stata data a noi in pienezza nel Figlio suo»92.

54. Il sacramento della Penitenza è dunque un forte mo­mento di evangelizzazione. Anche nella celebrazione in­dividuale, al penitente deve essere annunciato il Vangelo o altro testo della Parola di Dio93. In pratica: proporre al penitente, se già non lo ha scelto lui nella preparazione, un brano del Vangelo o di altro testo biblico, che lo aiuti ad approfondire il suo “essere cristiano” e con il quale confrontarsi per verificare a che punto è il suo itinerario di conversione.
Conversione che è piena e vera soltanto se da evangeliz­zato è spinto a farsi evangelizzatore, cioè a comunicare il Vangelo, particolarmente il Vangelo della misericordia, di cui ha fatto così gioiosa esperienza. Come il Salmista, che avendo fatto esperienza della misericordia di Dio, sente il bisogno di insegnare agli erranti le vie del Si­gnore, esaltare la sua giustizia, proclamare la sua lode94.

55. Proprio perché cambiamento “intimo e radicale”, la con­ versione non si può né improvvisare né ridurre al breve momento della celebrazione sacramentale. La conversio­ne è un itinerario che si distende e matura nel tempo; un itinerario da verificare, da riprendere, da portare avanti decisamente, ogni volta che si celebra il sacramento.
Per chi è nato a vita nuova nel Battesimo, il punto di riferimento per una vera conversione è il Vangelo; l’ha dichiarato esplicitamente Gesù: «convertitevi e credete al Vangelo»95 Non quindi solo la legge morale (il Decalogo), ma tutta la Parola di Dio e in particolare la Parola di Cristo: il Vangelo.
È confrontandoci con il Vangelo che possiamo com­prendere fino a che punto ci siamo o non ci siamo con­vertiti. Ed è dal Vangelo che, sotto l’azione dello Spirito Santo, attingiamo la forza per convertirci o per progre­ dire nel cammino di conversione e inserirci «con nuovo impegno nel mistero della salvezza»96
Per aiutare questo continuo confronto con la Parola di Dio, nel Rito della Penitenza sono offerti schemi di “Celebrazioni penitenziali”, che potranno essere utilmente valorizzate nel cammino pastorale di ogni comunità97.

56. Ma è soprattutto nella celebrazione comunitaria che il sacramento della Penitenza è forte momento di evan­gelizzazione. L’uso, divenuto abituale, di celebrare la Penitenza a livello individuale, con la sola presenza del penitente e del ministro, ha messo in ombra che la Pe­nitenza, come ogni sacramento, è azione comunitaria, e che solo nella celebrazione comunitaria manifesta pienamente la sua natura. La celebrazione comunitaria, infatti, consente ai fedeli di prendere più viva coscienza sia della solidarietà nella colpa che della riconciliazione da attuare tra i membri di una comunità cristiana: l’as­soluzione di Dio non sopprime, ma esige, la necessità di riconciliarsi con gli altri.
Si preveda nei tempi forti di Quaresima e Avvento ed eventualmente in qualche altra occasione (celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, festa patrona­le….) una celebrazione del rito per la Riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione indi­viduale secondo le modalità offerte dal Rito della Peni­tenza98.
In questa celebrazione comunitaria è previsto l’annun­cio del Vangelo e/o di altri testi della Sacra Scrittura, e un momento di riflessione, prima comunitaria poi in­dividuale, che aiuti i fedeli a verificare fino a che punto sono stati e sono fedeli al Vangelo. Non si è fedeli al Vangelo se non lo si conosce: di qui l’impegno di leggerlo e meditarlo, possibilmente ogni giorno, o da soli, o in famiglia, o in gruppo. Non si è fedeli al Vangelo se non diventa progetto di vita, assumendone la mentalità, la logica: il cristiano dovrebbe essere un Vangelo vivente. Non si è fedeli al Vangelo se non si sente il bisogno e il dovere di annunciarlo, di testimoniarlo, di comunicarlo «in ogni occasione opportuna e non opportuna»99.

57. Ogni volta che si celebra il sacramento, anche nella cele­brazione individuale, si deve richiamare questo dovere e quindi il peccato di omissione che commette il cristiano che pensa solo a vivere e a conservare per sé la sua fede e non dà alcuna collaborazione, né diretta né indiret­ta, alla diffusione del Vangelo. Una omissione che può evangelicamente portare alla condanna. Nella parabola dei talenti100 il terzo servo è stato condannato non per avere sciupato il capitale che gli era stato affidato, ma perché non lo ha messo in circolazione, e quindi è rimasto senza frutto.

Orientamenti

58. Per favorire una celebrazione dignitosa è importante che i fedeli possano farlo con calma, serenità, per cui è ne­cessario che il presbitero sia disponibile in chiesa in orari precisi (esposti nella bacheca alla porta della chiesa) con i paramenti appropriati e la celebrazione non venga a sovrapporsi ad altre celebrazioni liturgiche.

Inoltre, si utilizzino sussidi con testi per aiutare a vivere bene la preparazione e i vari momenti della celebrazione, stampando le varie formule per richiedere perdono101 Pur mantenendo la divisione fra sacramento della Pe­nitenza e direzione spirituale, la celebrazione del sa­cramento della Penitenza può diventare occasione per aiutare il fedele a intraprendere un cammino di direzione spirituale. A ciascun ministro si chiede di fare molta attenzione a non trascurare questa opportunità.
Lo spazio per la celebrazione individuale del sacramento della Penitenza – come ogni altro fuoco liturgico – sia prima di tutto un “luogo teologico”: per questo sarà bene valutare opportunamente la sua collocazione (di norma presso il bat­tistero e l’ingresso), magari prevedendo anche un “itinerario penitenziale” che evidenzi il significato del sacramento. Si stu­dierà, quando possibile, un appropriato programma iconogra­fico che miri a mettere in luce anche le valenze ecclesiali del peccato e della Riconciliazione. Si farà in modo che il luogo del sacramento della Penitenza sia decoroso e comodo, munito anche di accorgimenti tecnologici (ad es.: insonorizzazione, riscaldamento, areazione, ecc.) così da favorire il colloquio tra fedele e ministro. Il dialogo faccia a faccia deve restare una possibilità, senza diventare una imposizione di fatto, che potrebbe non essere gradita dal penitente.

59. Si faccia grande attenzione perché la prima celebrazione della Penitenza dei fanciulli, distanziata dalla celebrazio­ne di altri sacramenti, avvenga in Quaresima, sia gioiosa, attenta alla persona, con il sacerdote responsabile della cura pastorale, valutando la possibilità, se il numero dei ragazzi fosse troppo numeroso, di suddividerli in grup­petti.
Alla celebrazione potranno essere presenti i genitori. Non si sentano obbligati ad accostarsi alla Penitenza, ma possano sperimentare l’annuncio della misericordia che salva e dà intima pace.

L’Unzione degli infermi

60. L’Unzione degli infermi è sacramento di guarigione. Non solo segno di consolazione né – tanto meno – triste rito che segna il passaggio da questa all’altra vita, ma sacramento di vita, come indica chiaramente l’olio con cui viene fatta l’unzione. L’olio, nel linguaggio biblico, è segno di vita, di agilità, di freschezza, di forza, di gioia. E, come ogni sacramento, anche l’Unzione è segno e ca­nale di salvezza, di una salvezza totale, che si realizza fin da ora, anche se il suo compimento sarà solo alla fine del tempo, quando il Signore si rivelerà in tutto lo splendore della sua gloria.

Il testo di san Giacomo è illuminante in proposito. Dopo aver dichiarato: «la preghiera fatta con fede salverà il malato», l’Apostolo specifica: «il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati»102. «Salverà il malato» in quanto «lo rialzerà», letteralmente «lo farà risorgere»: l’Apostolo usa intenzionalmente il verbo del­la risurrezione. E, con la “risurrezione” del corpo, quella dell’anima: «se ha commesso peccati gli saranno perdonati».

61. L’Unzione degli infermi, se veramente ”preghiera fatta con fede”, ha sempre come effetto la guarigione, ma non sempre come la pensiamo o la vorremmo noi. Dio può guarire liberando l’infermo dal suo male e conce­dendogli la salute. Ma guarisce anche (e spesso guari­sce solo) aiutando l’infermo a vedere in modo nuovo la sua sofferenza, a scoprirne il senso più profondo e il valore, ad accettarla e quindi viverla con serenità come partecipazione alla passione di Cristo e collaborazione alla redenzione del mondo. Quello che è accaduto sul Calvario il Venerdì Santo lascia chiaramente capire che Dio libera anche quando non fa scendere il condannato dalla croce.

62. Certamente anche il sacramento dell’Unzione può e deve essere forte momento di evangelizzazione. Non solo perché il rito comporta – come ogni altro sacra­ mento – l’annuncio del Vangelo, o di altro testo biblico, ma perché il ”farsi vicino” all’ammalato e chinarsi su di lui è già Vangelo. E la malattia è tempo particolarmente favorevole per evangelizzare l’ammalato e, con l’amma­lato, la famiglia e quanti si prendono cura del malato; per parlare, dunque, di Gesù, di quanto Egli ha detto per aiutarci a scoprire e vivere il senso più profondo della malattia, del dolore; per parlare di ciò che Gesù ha fatto per sanare e liberare quanti erano oppressi da ogni sorta di male103 di quanto lui stesso abbia patito e sofferto per la salvezza dell’umanità.

È tempo particolarmente favorevole per annunciare la missione del malato nella Chiesa e nel mondo. Nella Chiesa «i malati hanno una missione particolare da com­piere e una testimonianza da offrire: quella di rammentare a chi è in salute che ci sono beni essenziali e duraturi da tener presenti, e che solo il mistero della morte e risurrezione di Cristo può redimere e salvare questa nostra vita morta­le»104.

In una società che valuta gli uomini in base all’efficienza e alla capacità produttiva, il malato ha la missione di affermare ed annunciare il valore della persona umana in ogni momento e stagione della vita, e la dignità del­ l”‘essere uomo/ donna”, indipendentemente da quello che fa o produce.

63. Nell’affidare agli Apostoli la sua stessa missione, Gesù «diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di gua­rire ogni sorta di malattie e di infermità»105. E, prima di salire al cielo, mandandoli in tutto il mondo a proclama­re il Vangelo, dichiarò: «questi saranno i segni che accom­pagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro dan­no, imporranno le mani ai malati e questi guariranno»106.
È l’affermazione e la dimostrazione che con l’annun­cio del Vangelo il regno di Dio è già operante nella vita e nella storia del mondo, perché la malattia e la morte vengono finalmente vinte, anche se solo parzialmente e come prefigurazione della restaurazione finale quando «la morte non ci sarà più, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate»107.

Orientamenti

64. C’è dunque un rapporto intimo fra l’annuncio del Vangelo e l’attenzione al mondo della malattia e della sofferenza. Per questo la celebrazione comunitaria del sacramento dell’Unzione non dovrebbe essere un fatto isolato. Al contrario, deve inserirsi in una vera e propria pastorale degli infermi, nella quale si manifesta e si con­cretizza la sollecitudine della comunità verso i fratelli che sono nella malattia, nella sofferenza, nella solitudi­ne. Non si tratta solo di creare assistenza e servizi ade­guati, ma di creare una vera e profonda comunione fra i membri sani e i membri malati o sofferenti della comu­nità108. Gli ammalati e gli anziani hanno bisogno della solidarietà e dell’aiuto della comunità; ma ancor più la comunità ha bisogno della fede, della preghiera e della sofferenza dei malati. Per favorire una simile presa di coscienza il Santo Padre Giovanni Paolo II ha istituito l’annuale Giornata Mondiale del Malato l’11 febbraio. E questa profonda e viva comunione fra sani e malati rende credibile l’annuncio del Vangelo più di ogni mi­racolo.

65. Nella presentazione dell’apostolo Giacomo, il rito del­ l’Unzione è una “concelebrazione” – invita infatti a chia­mare, per la celebrazione, non un presbitero, ma «i pre­sbiteri» – con la partecipazione di una comunità di fede (questo è probabilmente il vero senso della espressione «la preghiera fatta con fede»). Se, data l’attuale situazione, nella maggior parte dei casi sarà praticamente impos­sibile una concelebrazione, non si deve però rinuncia­re ad una vera celebrazione, sia pure semplice, con la partecipazione di una comunità, anche minima, di fede. L’Unzione degli infermi infatti, come ogni sacramento, ha «un carattere comunitario, e tale carattere deve risultare, per quanto possibile, nella celebrazione»109.

66. Si cerchi anche a livello parrocchiale o zonale, di preve­dere ogni anno una giornata per la celebrazione comu­nitaria dell’Unzione degli infermi. La celebrazione sia preparata per tempo; sia occasione per spiegare il signi­ficato del sacramento dell’Unzione e le motivazioni che devono animare chi desidera riceverlo. Ed in particola­re si abbia sempre cura di aiutare il malato a celebrarlo rispettandone le condizioni, evitando così il rischio di banalizzarlo, amministrandolo in modo indiscriminato. Infatti:

– può ricevere l’Unzione chi si trovi in pericolo a motivo della vecchiaia o della malattia e chi deve subire un intervento chirurgico che si presenta delicato e grave ;

– si può ripetere la celebrazione quando vi sia o una nuova malattia o un aggravamento ulteriore della stessa;

– la celebrazione dell’Unzione deve essere possibil­mente preceduta dalla celebrazione della Peni­tenza da parte di chi desidera ricevere l’Unzione.

67. Un importante e delicato momento di evangelizzazione è rappresentato dall’accompagnamento dei moribondi, anche se è sempre più raro che il morire avvenga nelle nostre case o in un contesto familiare. Le comunità cer­chino strade per rivalorizzare la celebrazione pasquale del viatico, quale sacramento della morte cristiana, «sa­cramento delpassaggio dalla morte alla vita, del passaggio da questo mondo al Padre»110, e la raccomandazione dei moribondi.

VI – I SACRAMENTI DEL SERVIZIO ALLA COMUNIONE

68. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, sotto l’unico titolo “I sacramenti del servizio della comunione”, presenta l’Ordine e il Matrimonio, due sacramenti «ordinati alla salvezza altrui […]. Essi conferiscono una missione parti­colare nella Chiesa e servono alla edificazione del popolo di Dio»111.

L’Ordine

69. Per mezzo del Battesimo e della Confermazione tutti i fedeli «vengono consacrati a formare un sacerdozio san­to»112. Tutti i fedeli quindi, in forza del Battesimo e della Confermazione, sono partecipi del sacerdozio di Cristo. A servizio di questo sacerdozio, comune a tutti i fedeli, il Signore ha voluto che ci fosse un sacerdozio particola­re, il sacerdozio ministeriale, conferito ad alcuni membri della comunità «scelti nello Spirito»113 mediante il sacra­mento dell’Ordine, che configura coloro che lo ricevono a Cristo Capo e Pastore, Servo e Sposo della Chiesa114.

70. Del sacerdozio ministeriale il Concilio Vaticano II ha messo in particolare evidenza:
a) il rapporto con il sacerdozio comune: pur sussisten­do fra loro una differenza «non solo di grado ma di essenza, sono ordinati l’uno all’altro»115, e il “primum” non è il sacerdozio ministeriale, ma il sacerdozio co­mune ai fedeli;
b) il principio della ministerialità, cioè del servizio, con particolare riferimento alle tre grandi realtà su cui è fondata la vita della comunità cristiana – la Parola di Dio, la Liturgia e in particolare l’Eucaristia, la Ca­rità – e da cui deriva il triplice ufficio di insegnare, santificare, presiedere;
c) la dimensione ecclesiale: poiché il primo sacramento di Cristo è la Chiesa – in quanto è nella Chiesa e per mezzo della Chiesa che Cristo prolunga nel tempo ed estende nello spazio la sua opera di salvezza – il sacerdozio ministeriale deriva dalla ministerialità della Chiesa, di cui esprime e in qualche modo sintetizza sia la natura sia la missione.

71. Il sacerdozio ministeriale, quindi, è a servizio della mis­sione della Chiesa, la missione di annunciare il Vange­lo a tutte le genti. Effettivamente tutti e tre i gradi del sacramento dell’Ordine – vescovo, presbitero, diacono – come sono stati presentati dal Concilio Vaticano II, hanno un particolare rapporto con la missione della Chiesa ad gentes.

In comunione con il Papa, vescovo di Roma, i vescovi «sono direttamente responsabili dell’evangelizzazione del mondo, sia come membri del collegio episcopale, sia come pa­stori della Chiesa particolare» infatti «sono stati consacrati non soltanto per una diocesi, ma per la salvezza di tutto il mondo»116.

I presbiteri, «cooperatori dell’ordine episcopale, per il retto assolvimento della missione apostolica»117, partecipano alla dimensione universale della missione affidata da Cristo agli apostoli e ai loro successori, «pronti nel loro animo a predicare ovunque il Vangelo, fino agli ultimi confini della terra»118.

I diaconi sono gli animatori del servizio, segno e sacra­mento del Signore, venuto fra noi non per essere ser­vito, ma per servire; loro proprio ministero è far sì che «le parrocchie, articolandosi in comunità minori, acquistino una profonda fisionomia comunitaria, e quindi maggior slancio nella evangelizzazione capillare, diretta a tutti»119.

72. Sotto la guida del vescovo, coadiuvato dal collegio dei presbiteri e dalla comunità dei diaconi, la Chiesa par­ticolare è chiamata ad assumere la sua vera fisionomia di Chiesa in missione ad gentes, tenendo presente che le “genti” da evangelizzare non sono solo coloro che sono fuori del nostro ambito geografico, culturale, sociale e religioso, ma anche tanti che sono tra noi.

a) Le “genti” da evangelizzare che in passato erano qua­ si esclusivamente nel cosiddetto “terzo mondo”, ora sono anche in mezzo a noi: una piccola percentuale, ma decisamente in aumento. È possibile – e quin­di doveroso – oggi annunciare il Vangelo a fratelli e sorelle che non lo conoscono, anche senza andare in terra di missione: tanti di questi fratelli e sorelle vivono nelle nostre città e nei nostri paesi
b) Non possiamo, tuttavia, dimenticare quella larga fa­scia di umanità che non è ancora stata raggiunta dal messaggio evangelico, verso la quale quindi anche le singole Chiese particolari sono debitrici del Vangelo120.

c) È compito del vescovo «come capo e centro unitario dell’apostolato diocesano, promuovere, dirigere e coordi­nare l’attività missionaria»121 e proiettare la Chiesa particolare oltre le sue frontiere, “ad gentes”122.

Orientamenti

73. Poiché il sacerdozio ministeriale è a servizio del sacer­dozio comune a tutti i fedeli, è da questo sacerdozio che dovrebbe partire la catechesi sul sacramento dell’Ordi­ne. Solo se scopre e vive la sua realtà di popolo sacerdo­tale, il popolo di Dio può comprendere la vera natura e il ruolo insostituibile del sacerdozio ministeriale. E da un popolo che vive consapevolmente la sua dignità di popolo sacerdotale non può non nascere, sotto l’azione dello Spirito Santo, il sacerdozio ministeriale.

74. Per aiutare le comunità ecclesiali a vivere intensamen­te le celebrazioni del sacramento dell’Ordine, si dia per tempo comunicazione delle date prescelte per la cele­brazione, il nome dei candidati e in ogni chiesa si in­serisca un’intenzione nella preghiera universale almeno festiva fino al giorno dell’ordinazione. Si dia grande im­portanza alla pastorale vocazionale, favorendo contat­ti fra Seminario, parrocchie, movimenti e associazioni specialmente dei gruppi giovanili e dei gruppi di ragazzi che si preparano alla Confermazione; alla preghiera co­munitaria e personale; all’adorazione eucaristica mensile per le vocazioni; all’amore, aiuto e collaborazione con il presbitero.

75. Dalla riflessione sul popolo di Dio come popolo sacer­dotale deriva la visione della Chiesa come comunità “tutta ministeriale”: una comunità in cui ciascuno dei membri si assume il suo servizio, la sua parte di peso e di responsabilità, ciascuno secondo la vocazione e il dono ricevuti da Dio.

Di qui il discorso sui ministeri – ordinati, istituiti o conferiti, di fatto – diversi per natura e per grado, ma complementari fra di loro, e tutti a servizio della mis­sione della Chiesa. Di qui il discorso sui diversi stati di vita spirituale, sulle vocazioni di speciale consacrazione, sui diversi tipi e le diverse finalità della vita con­sacrata, anch’essi però, nella loro diversità e specificità, a servizio della missione della Chiesa. Fra sacerdozio ministeriale e comunità “tutta ministeriale” sussiste una reciprocità. E solo se “tutta ministeriale” la comunità può essere tutta missionaria.

Il Matrimonio

76. Tra i sacramenti della Chiesa, il Matrimonio è quello che più di ogni altro richiede di essere “evangelizzato”; anche perché è il sacramento che offre la possibilità – unica e irripetibile – di evangelizzare una coppia di adulti e, dietro la coppia, una nuova famiglia.

77. Il Matrimonio-sacramento infatti non è azione priva­ta, ma azione della comunità: azione liturgica in cui, oltre gli sposi, esercitano un loro proprio ministero sia la assemblea sia il ministro ordinato che la presiede. Il Matrimonio-sacramento si distingue da ogni altro ma­trimonio per il fatto di essere segno efficace dell’allean­za di Cristo e della Chiesa123. Attorno ai due nubendi si costituisce una comunità in preghiera: comunità che canta la propria fede, proclama e ascolta la Parola di Dio, invoca sui nubendi la forza santificatrice dello Spi­rito; che con i nuovi sposi nel segno del pane spezzato e condiviso rivive la Pasqua di Cristo e con essi prende coscienza della sua missione di evangelizzare il mondo, partendo dalla famiglia.

Orientamenti

78. La preparazione non può ridursi ad uno o più incon­tri di carattere formale o informativo sul Matrimonio cristiano. Essa dovrà acquistare il volto di un itinerario di fede in cui la comunità si manifesti madre che acco­glie e accompagna i figli fino alla maturità della risposta d’amore al Signore che chiama. Come in ogni cammino di fede, quindi, anche in questo itinerario di preparazio­ne al sacramento del Matrimonio, la comunità dovreb­be essere coinvolta, sia quella in cui vivono i nubendi che quella in cui si trasferiranno. Da incoraggiare è lo scambio di esperienze, di momenti di preghiera e di ca­techesi, di incontri di festa tra le comunità: essi possono favorire un tessuto di relazioni positive tra diverse co­munità e contribuire a far crescere la Chiesa comunione. A tale scopo è bene che ogni comunità individui, scelga e sostenga alcune coppie di sposi che possano esercitare questo servizio.

79. Così vissuta e impostata la preparazione potrà sfociare nella celebrazione del Matrimonio, anch’essa occasione provvidenziale per raggiungere molti adulti, in gran par­te giovani, molti dei quali lontani dalla frequentazio­ne abituale delle assemblee liturgiche. La celebrazione quindi deve essere accuratamente preparata e impostata in modo da essere chiaramente evangelizzante. Soprat­tutto dovrebbe apparire chiaro che, come azione liturgi­ca, la celebrazione del Matrimonio è azione di Cristo e della Chiesa: azione di Cristo, memoriale – cioè memoria viva – della Pasqua di Cristo, da cui deriva la grazia e la forza santificante di ogni sacramento; azione della Chiesa, resa presente dalla comunità che con i nubendi celebra il Sacramento. Nella scelta del luogo per la ce­lebrazione sia data la precedenza alla chiesa parrocchia­ le124.

80. Nel predisporre la celebrazione del Matrimonio si cerchi di attuare le indicazioni pastorali proposte dal Rito del Matrimonio, adattamento pubblicato nel 2004 per le Chiese in Italia dell’Ordo celebrandi Matrimonium – editio typica altera. Per la coppia si provveda a preparare un posto che permetta sia ad essa sia all’assemblea di partecipare e vedere l’intera celebrazione; i canti e la musica siano scelti in modo da favorire la partecipazio­ne attiva di tutti i presenti e manifestino la fede della Chiesa; si attui con cura il gesto della memoria battesi­male125 per evidenziare l’intimo nesso fra Matrimonio – Pasqua – Battesimo. Si tenga conto dell’importante arricchimento della scelta di brani biblici nel nuovo Le­zionario del Matrimonio; la Parola nella celebrazione sia ascoltata, accolta e non proclamata dai nubendi, i quali invece sono invitati a venerare con il bacio l’evangeliario, dopo la proclamazione del Vangelo126.
Si scelgano con i nubendi, tra le nuove forme di inter­rogazione e di consenso, quelle che meglio esprimono la loro crescita nel cammino di fidanzamento; si valo­rizzi la possibilità di invocare la benedizione degli sposi subito dopo lo scambio degli anelli127; importante è la partecipazione di parenti, amici, accompagnatori nel cammino di fidanzamento nel momento della pre­ghiera dei fedeli, con intenzioni brevi e appropriate, non troppo numerose e concluse dal canto delle Litanie dei Santi128.
Nella Liturgia Eucaristica, l’altare sia predisposto con la tovaglia fin dall’inizio della Messa; gli sposi è bene portino all’altare il pane e il vino, mentre nell’assemblea si può fare una raccolta per particolari situazioni di po­vertà129. Gli sposi ricevono la Comunione, possibil­mente sotto le due specie, nella sede loro riservata e non all’altare. La lettura degli articoli del Codice civile va fatta prima della benedizione, mentre la lettura dell’atto di matrimonio e le varie firme sui documenti (si predi­ sponga un tavolino apposito) si facciano al termine della celebrazione mentre 1’assemblea loda il Signore per le
sue meraviglie130.
Prima che gli sposi escano dalla chiesa, si valorizzi l’omaggio alla Beata Vergine Maria, presente alle nozze di Cana e venerata con il titolo di Regina delle fami­glie.

81. La musica e il canto hanno un loro ruolo. Per rendere la celebrazione del Matrimonio una vera manifestazione dell’amore del Signore e della Chiesa, si evitino i brani e i testi non adatti alla liturgia. Si demanda a ogni Commissione Diocesana per la Musica Sacra il compito di esaminare le varie proposte e di redigere un elenco di brani musicali e canti consoni alla liturgia.

82. Onde evitare che si ingeneri confusione e per sottolinea­re la peculiarità del Matrimonio stesso, non si accolga la richiesta di unire la celebrazione del Matrimonio alla celebrazione di un altro sacramento che non sia l’Euca­ristia131.

83. Anche per il sacramento del Matrimonio è bene pre­ vedere una catechesi mistagogica. Infatti, in forza del Matrimonio-sacramento i due novelli sposi entrano a servizio della comunità come membri qualificati, dotati di un carisma particolare, il carisma di sposi cristiani; divenuti «una sola carne»132 in Cristo e consacrati dallo Spirito per esprimere la santità di Dio nella vita matri­moniale, per trasmettere la vita e, con la vita, la fede, per fare della famiglia una piccola Chiesa e contribuire così a fare della Chiesa una grande famiglia, una famiglia di famiglie.
Per favorire questo cammino è importante aiutare i co­niugi e le famiglie a sentirsi corresponsabili nella pa­storale; insieme a loro studiare le iniziative della vita parrocchiale, predisporre iniziative a vari livelli per un sostegno degli sposi nella testimonianza cristiana quo­tidiana. È in questa ottica che vanno considerati e so­stenuti i “gruppi sposi”.

84. L’attenzione posta nel cammino di fede in preparazione al Matrimonio, richiede alle nostre comunità che si stu­dino iniziative di accompagnamento e aiuto per i fratelli e sorelle che ormai non vivono più insieme oppure sono divorziati. Anche se si è venuti meno all’impegno assun­to davanti al Signore e alla Chiesa, essi rimangono figli di Dio e hanno diritto a un cammino di fede adatto alla loro situazione.

VII – I SACRAMENTALI

Le esequie cristiane

85. «La liturgia cristiana dei funerali è una celebrazione del Mistero Pasquale di Cristo Signore»133. È proprio questo il principio che fa della liturgia esequiale un momen­to particolarmente propizio all’annuncio del Vangelo. Il Mistero Pasquale, infatti, è il centro dell’annuncio cri­stiano; annuncio che si rivela in tutta la sua forza dirom­pente di speranza cristiana quando è proclamato davanti alla realtà della morte, espressa da quella bara collocata in mezzo all’aula liturgica; annuncio che può arrivare anche a fratelli e sorelle che non condividono le nostre scelte di fede, ma presenti alla celebrazione per il loro rapporto umano con la persona defunta.

86. La celebrazione esequiale deve, quindi, essere chiara­ mente una liturgia pasquale: una liturgia che, fedele nella lettera e nello spirito alle norme rituali, lasci chiaramente trasparire:

a) il senso cristiano della morte, che «si manifesta alla luce del Mistero Pasquale della morte e della risurrezio­ne di Cristo, nel quale riposa la nostra speranza»134;
b) il compimento della vita sacramentale, «il compimen­to della nuova nascita cominciata con il Battesimo, la ‘somiglianza’ definitiva all’ ‘immagine del Figlio’ confe­rita dall’Unzione dello Spirito Santo e la partecipazione al banchetto del Regno anticipato nell’Eucaristia»135;
c) la speranza della risurrezione, gloria e forza della Chiesa che «offre al Padre, in Cristo, il figlio della sua grazia e, nella speranza, consegna alla terra il seme del corpo che risusciterà nella gloria»136. La fiducia e spe­ranza nella misericordia del Padre raccomanda la ce­lebrazione di Messe137 e la preghiera in suffragio dei defunti;
d) il cimitero come luogo della memoria; del ricono­scimento della dignità personale dei defunti; del ri­cordo delle domande sulla vita e sul corpo oltre la morte e sulla sorte dei defunti; della fede in Dio e della speranza di partecipare alla risurrezione finale.

87. Pure consentendo, per motivi pratici, alla scelta del­la cremazione, la Chiesa ha sempre dato e darà la sua preferenza all’inumazione. In quest’ultima sono di­chiaratamente espressi: la volontà di imitare l’esempio di Gesù, deposto nel sepolcro; l’onore dovuto al corpo umano, creato e destinato alla risurrezione finale; la fede pasquale nella risurrezione dei morti: come Gesù, prima deposto nella terra138, è risorto secondo le Scritture, così il credente defunto è tumulato per partecipare alla gloria della risurrezione. La Chiesa per varie ragioni è contra­ria alla scelta della dispersione delle ceneri, che possono essere segno di mentalità panteistica o naturalistica che contraddice la fede cristiana, per cui non si può condivi­dere e accettare simile desiderio. Inoltre non si può con­dividere la scelta di conservare le ceneri in altri luoghi diversi dal cimitero, come, ad esempio, nelle abitazioni private.

Orientamenti

88. La celebrazione delle esequie sia inserita in un progetto pastorale organico che abbia un prima – visita ai fami­liari, proposta di un momento di preghiera in casa o in chiesa in preparazione al funerale (veglia, recita del Ro­sario….) – e un dopo – vicinanza ai congiunti con visite periodiche, celebrazione di Messe di suffragio… Si ri­manda per questo alle indicazioni pastorali della nostra Nota, La Chiesa e l’aldilà, pubblicata il 23 aprile 2000, Pasqua di Risurrezione.

89. Il clima pasquale della celebrazione emerga dalle let­ture, dalle preghiere, dai testi dei canti, dalla sapiente valorizzazione dei segni (cero pasquale, acqua lustrale, incenso….). Si riservi il colore bianco dei paramenti e il suono delle campane a festa solo nel caso di funerali di bambini. In determinate situazioni, a giudizio del mi­nistro, si potrà prevedere la recita del Credo durante la Messa o la Liturgia della Parola.
Il Rito delle esequie offre larga possibilità di scelta sia per le letture sia per le preghiere. Nella scelta si deve tener conto della concreta situazione – umana e spirituale – sia della persona defunta, sia dei presenti.
Dopo la proclamazione del Vangelo si tenga sempre una breve omelia orientata all’annuncio del Mistero Pasquale del Cristo e della speranza cristiana protesa verso “la vita del mondo che verrà”. Anche le intenzioni della preghiera universale siano ispirate ai medesimi orienta­menti esposti per l’omelia. Eventuali parole di cristiano commento nei riguardi del defunto vanno inserite prima del rito del commiato evitando la forma e lo stile del­l’elogio funebre e di utilizzare l’ambone. Interventi, poi, da parte di autorità civili e altre personalità pubbliche siano sempre fatte fuori dal rito liturgico, utilizzando luoghi appropriati e non l’ambone, e possibilmente fuori della chiesa in luogo consono a simili interventi.

90. Per evidenziare il carattere pasquale della celebrazio­ne, nei funerali non dovrebbe mai mancare il canto: un canto liturgico e corale; un canto che abbia la bellezza espressiva della preghiera e aiuti a trasformare il lutto di parenti e amici in manifestazione di fede cristiana139. Non si canti o reciti il Gloria, che la liturgia riserva per manifestare sentimenti di gaudio.

91. Se fino a poco tempo fa, la scelta della cremazione pote­va o doveva presumersi scelta e praticata in opposizione alla dottrina della Chiesa, oggi la Chiesa permette la cremazione purchè non metta in dubbio la fede nella risurrezione140. È da presumersi che spesso tale richie­sta avvenga per validi motivi pratici, quali: minori costi, maggiori garanzie igieniche, minori spazi cimiteriali oc­cupati, la morte avvenuta in Nazioni lontane oppure in seguito a incendio.
Anche in caso di cremazione, allo scopo di ribadire la consuetudine tradizionale e i valori ad essa connessi, il Rito delle esequie prevede normalmente la celebrazione liturgica «in presenza del corpo», nella chiesa o cappella del cimitero, prima della cremazione. Per i riti liturgici si scelgano i testi liturgici adatti a questa particolare si­tuazione.
Particolare attenzione deve essere data al tempo che passa fra la celebrazione esequiale e la cremazione. Si deve evitare che si inseriscano riti laici o laicisti, in netto contrasto con la fede cristiana. Se possibile, il ministro si renda disponibile ad accompagnare il feretro, dopo le esequie, al luogo indicato per la cremazione. La crema­zione si consideri conclusa solo quando l’urna con le ce­neri sia stata deposta nel cimitero, per cui il ministro ac­colga volentieri la richiesta di benedizione del sepolcro al momento della deposizione dell’urna con le ceneri.
In certi casi eccezionalmente se la cremazione ha prece­duto le esequie (ad es.: per incinerazione del corpo in un incidente, oppure il decesso in una Nazione lontana), se la celebrazione si deve fare in presenza delle sole ceneri, è necessario chiedere il permesso dell’Ordinario. Si ri­cevano le ceneri alla porta della chiesa e vengano poste su un tavolo collocato nello spazio fuori del presbiterio e antistante l’altare. Per la celebrazione si segue il Rito delle esequie con i dovuti adattamenti omettendo nel rito di commiato l’aspersione e l’incensazione per evidenzia­re la distinzione che sussiste tra il corpo del defunto e le sue ceneri. Qualora si preveda la liturgia in due stazioni (chiesa e cimitero), non sembra opportuno la processio­ne con l’urna cineraria al cimitero. Il ministro si renda disponibile per il rito liturgico di deposizione dell’urna cineraria e per la benedizione del sepolcro.
Se si è richiesti di una preghiera di suffragio al cimitero, all’accoglienza delle ceneri di un defunto di cui si erano celebrate le esequie, e benedizione del loculo ove sarà deposta l’urna, si utilizzino i testi del Rito delle esequie con i necessari adattamenti.
Non si accetti di prevedere celebrazioni o benedizioni di ceneri quando si sa che le ceneri del defunto verranno disperse oppure che si conserverà l’urna cineraria in un luogo diverso dal cimitero o una prassi simile. Questi sono considerati segni di una scelta compiuta per ragioni contrarie alla fede cristiana e pertanto com­portano la privazione delle esequie ecclesiastiche141.

92. A volte può capitare che venga richiesta la sosta in chie­sa per un defunto che non ha ricevuto il Battesimo. Il ministro, dopo aver attentamente valutato le motivazioni che soggiacciono alla richiesta e cercato di conoscere per quale motivo il defunto non abbia mai desiderato divenire cristiano, avuto il consenso dell’Ordinario, po­trà accogliere la richiesta tenendo presente quanto se­gue:

a) si eviti di porre ogni segno che possa ingenerare confusione nei presenti fra funerale cristiano e que­sto momento di preghiera, per cui non si usi il cero pasquale, l’acqua lustrale e l’incenso, il ministro non indossi la stola;
b) nell’introduzione si dica espressamente che ci si è ritrovati per una preghiera, la quale scaturisce dal fatto che la Chiesa sente l’impegno di pregare per ogni persona e dell’opera di misericordia “seppellire i morti” e, quindi, non disdegna di supplicare la mi­sericordia divina per ogni persona;
c) nell’omelia si annunci con rispetto e senza paura che la nostra fede nel Mistero Pasquale di Cristo richie­de per la salvezza eterna di aderire personalmente al Vangelo, convertirsi e ricevere il Battesimo;
d) i testi delle preghiere del Rito delle esequie siano adat­tati al momento e alla particolare situazione.

93. Periodicamente si spieghi ai fedeli come l’offerta data in occasione dei funerali e delle Messe di suffragio sia un segno della partecipazione alle necessità della Chiesa e della parrocchia. Inoltre si illustri come la raccolta delle offerte durante la Messa nei funerali sia un gesto intimamente connesso con il rito dell’offertorio, per cui non può essere tralasciato. Se i congiunti desiderano che si raccolgano offerte per iniziative non ecclesiali care al defunto, si eviti di farlo durante la Messa, ma si invitino i congiunti a prevedere tale raccolta fuori della chiesa, predisponendo gli opportuni raccoglitori, onde evitare che questo gesto si sovrapponga alla raccolta che avvie­ne durante la celebrazione e accompagna la presentazio­ ne dei doni per la liturgia eucaristica.

Le Benedizioni

94. I sacramentali sono «segni sacri per mezzo dei quali, con una certa imitazione dei sacramenti, sono significati e, per impetrazione della Chiesa, vengono ottenuti effetti soprat­tutto spirituali»142. Sconfinano nella pietà popolare so­prattutto le tante benedizioni che i fedeli chiedono per persone, oggetti (sacri e non sacri), luoghi. Le condizio­ni, il modo e i testi con cui impartire queste benedizioni sono chiaramente indicati nel Benedizionale.
Il mondo delle cose è il luogo di senso, è l’itinerario di conoscenza che l’uomo può avere di sé e della sua esi­stenza, del suo stesso essere in rapporto a Dio e agli altri. Il riferimento della benedizione a Cristo, supre­ma benedizione del Padre, rimanda alla realtà umana e simbolica della benedizione. Infatti niente di ciò che è veramente umano è escluso dalla benedizione di Dio in Cristo. Il Rituale raccoglie le svariate forme di benedi­zione attorno ai luoghi in cui si svolge la vita del cristia­no, come singolo e come comunità: dalle benedizioni riguardanti la casa e la famiglia alle benedizioni della più grande famiglia della Chiesa, dalle benedizioni ri­guardanti gli edifici e ciò che è opera del lavoro umano alle benedizioni della chiesa come edificio e come luo­go di culto e di devozione, e le tradizionali benedizioni degli oggetti di pietà e di devozione popolare.
Gesù invita a domandare con la preghiera ogni cosa nel suo nome perché il Padre ce la darà143. Insegnando e consegnando ai discepoli la preghiera del Padre nostro, il Signore desidera indicarci una prospettiva secon­do cui domandare. La benedizione diventa luogo ove partendo dalla domanda si cerca di educare, formare, costruire il senso stesso dell’essere cristiano come uno che si rende disponibile a Dio e ha coscienza di essere salvato da Lui. L’uomo non ha in mano il suo destino, la sua salvezza, il suo futuro, per ciò domanda a Dio nel nome di Gesù Salvatore.

95. Il Benedizionale spiega il vero senso della benedizione. Dio per primo ci ha benedetti «con ogni benedizione spiri­tuale»144, quindi prima di invocare da lui una nuova par­ticolare benedizione, eleviamo a lui la nostra preghiera di lode e di benedizione. Per questo ogni benedizione su persone, oggetti, luoghi è preceduta dall’annuncio della Parola di Dio, che ci ricorda quanto Dio ha fatto per noi e per la nostra salvezza. Ed è proprio partendo da questa parola annunciata che anche la più semplice benedizione può diventare prezioso momento di evangelizzazione.

Orientamenti

96. Nella benedizione si rispetti sempre la fondamentale struttura celebrativa proposta adattandola alle singole situazioni evidenziando:
a) l’introduzione al rito che richiami come sia sempre una celebrazione di tutta la Chiesa e sia l’Eucaristia la fonte di ogni benedizione;
b) la proclamazione della Parola di Dio, che può dischiudere in una prospettiva di fede, di salvez­za cristiana, il senso delle persone, cose e circo­stanze da benedire;
c) la spiegazione del senso della benedizione attra­verso l’adattamento delle varie monizioni, brevi spiegazioni, esortazioni ed omelia richieste al ministro lungo il rito;
d) la preghiera del Signore che aiuta a saper chie­dere con umiltà e non con ansiosa pretesa;
e) la lode, il rendimento di grazie e l’invocazione della bontà e misericordia divina;
f) valorizzazione dei gesti di benedizione, che di­ventano invito a fare dell’esistenza umana con­creta, individuale un’esistenza come quella di Cristo e memoria di Lui145.

VIII – LA PIETÀ POPOLARE

97. Se la liturgia è un “dono perfetto”, la pietà popolare la si può identificare con il “buon regalo” che «viene dall’alto e discende dal Padre della luce »146. Non debbono quindi né ignorarsi né contrapporsi, ma integrarsi a vicenda. La liturgia è chiamata a purificare, elevare la pietà popolare, per renderla «culto spirituale», «santo e gradito a Dio»147; e la pietà popolare ha una sua ricchezza da comunicare alla liturgia, per avvicinarla di più alla fede dei piccoli e dei poveri.

98. Dalla Liturgia la pietà popolare dovrebbe attingere:

a) la centralità del mistero di Cristo: il rischio mag­giore della pietà popolare è la frammentarietà, la si supera solo se ogni pratica o preghiera ha Cri­sto come punto di partenza e punto di arrivo;
b) il primato della parola di Dio: anche nella pietà popolare il colloquio con Dio non può essere a senso unico, prima di parlare a Dio dobbiamo ascoltare Dio che parla a noi;
c) la dimensione comunitaria: come ogni “buon re­galo”, anche la pietà popolare è per la comunità e raggiunge la sua pienezza nella comunità e at­traverso la comunità.

A sua volta, la pietà popolare può aiutare la liturgia:
a) a interpretare l’anima e le attese della gente comune, soprattutto dei piccoli e dei poveri, e quindi a farsi loro vicina;
b) ad usare un linguaggio, per quanto possibile, fa­cile, trasparente, comprensibile anche da chi non ha una particolare cultura;
c) ad applicare le norme rituali con una certa flessi­bilità per adattare il rito alla concreta situazione – umana e spirituale – dell’assemblea.

99. Liturgia e pietà popolare sono due regali di Dio, per arrivare a Dio: ognuno però con la propria identità. Assunta e tradotta in categorie liturgiche, la pietà po­polare perde il suo fascino; infarcita di pietà popolare, la liturgia scende di tono. Meglio tenerle distinte e ve­derle come due realtà che si integrano e si richiamano a vicenda.

Orientamenti

100. La pietà popolare, sempre e ovunque, ma particolar­mente nei santuari è provvidenziale occasione per annunciare il Vangelo e aiutare i fedeli a scoprire o riscoprire i fondamenti della fede cristiana.
Tutte le forme e le pratiche di pietà popolare sono momenti adatti per l’evangelizzazione. In nessuna di esse infatti, dopo la riforma del Vaticano II, dovrebbe mancare la proclamazione della Parola di Dio e la relativa riflessione. E, nell’attuale situazione, l’annuncio della Parola di Dio potrebbe (e dovrebbe) assumere il tema e il tono con cui è iniziata la predicazione di Gesù: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: con­vertitevi e credete al Vangelo»148. Un annuncio coraggio­so, che desti il desiderio di conversione, cioè di rivedere l’orientamento della propria vita per metterla sempre più in sintonia con il Vangelo nella sua interezza, la “buona notizia” proclamata da Gesù.
Per una giusta valorizzazione della pietà popolare e il rapporto con le celebrazioni liturgiche ci si attenga a quanto stabilito nell’apposito Direttorio curato dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti149.
Per introdurre nuove pratiche devozionali e relative im­magini in qualsiasi luogo di culto aperto al pubblico occorre l’autorizzazione dell’Ordinario Diocesano per il rispetto anche delle tradizioni locali delle Chiese par­ticolari.

Il pellegrinaggio

101. Gli esercizi di pietà sono anche legati ai santuari. Oggi la facilità degli spostamenti determina che a questi luoghi accorrano moltissime persone e famiglie, le quali tante volte non hanno un rapporto stabile con la parrocchia né un cammino fedele di vita cristiana.

Questo va tenuto presente innanzitutto da parte di chi è deputato ad accogliere i pellegrini nel santuario; nei santuari non solo si annuncia la fede, ma in qualche modo si respira il clima della fede e della preghiera; il santuario offre maggiori possibilità di accostarsi ai sacramenti; il santuario si presta a lunghe soste di pre­ghiera e di meditazione.

Orientamenti

102. Nella parrocchia troviamo con una certa stabilità an­che la proposta pastorale del pellegrinaggio. Nella sua progettazione si tengano presenti alcuni elementi fon­damentali perché sia inserito in un’ottica di fede cristia­na:

a) Sia preparato con forme di catechesi, momenti di preghiera prima e durante il viaggio per poter co­gliere meglio il fine del pellegrinaggio: «Cristo Salva­tore termine di ogni cammino e fonte di ogni santità»150.
b) Si costruisca un vero e proprio itinerario che preve­da, possibilmente, sempre un tratto a piedi, almeno nell’ultima parte che conduce al santuario per espri­mere attesa dell’incontro con Dio; intento di puri­ficazione e, quindi, un segno di penitenza e qualche privazione; consapevolezza dei propri limiti; legame con i fratelli e sorelle condividendone tempo, speranza, cibo, e soccorrendo i più deboli, anziani, am­malati.
c) La visita al luogo prescelto aiuti a fare la stessa esperienza dei discepoli di Emmaus, dove il Ri­sorto spiega ai discepoli le Scritture, si ferma con loro, manifesta se stesso ed entra in comunione con loro151. Essa richiede la dimensione del culto e del­la preghiera (sacramenti della Penitenza e dell’Eu­caristia, Liturgia delle Ore, varie forme di pietà), la dimensione caritativa (secondo le proprie possibilità destinare una cifra consistente per alleviare i disa­gi di miseri e poveri di vario genere), la dimensio­ne culturale (accostarsi all’ambiente naturale e alle espressioni artistiche come fonti di contemplazione, meditazione, preghiera e manifestazioni della gran­dezza di Dio).
d) Il commiato dal santuario: mentre ci si allontana da questa intensa esperienza religiosa, si fa più forte la nostalgia di una permanenza definitiva accanto al Signore, nel luogo della sua manifestazione. I si­gnificati più rilevanti da far emergere sono: senso di gratitudine interiore per avere sperimentato la pre­senza di Dio come Signore e Padre, amico e bene­ fattore; desiderio di rafforzamento nella fede e nella vita cristiana; desiderio del ritorno o di un nuovo pellegrinaggio. In particolare, ritornando alla vita quotidiana si ha la certezza di essere costantemente accompagnati dalla benevola presenza del Padre; si offre la rinnovata disponibilità ad accettare la volon­tà di Dio; si assume l’impegno consapevole di vivere senza assolutizzare il tempo e i beni terreni; si inten­sifica il proprio slancio missionario.
e) Si faccia attenzione a non lasciare cadere i rapporti che si sono instaurati durante il pellegrinaggio e a non disperdere l’esperienza vissuta (si potranno or­ganizzare momenti di incontro fra i pellegrini even­tualmente anche a carattere conviviale).

IX – MUSICA ED ARTE A SERVIZIO DELLA LITURGIA

103. Liturgia e arte sono due valori che nel culto a Dio si fondono in unità. Il loro intimo rapporto è stato chiaramente delineato dal Papa Paolo VI nel discorso agli artisti del 7 maggio 1964: «Il nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perché come sapete, il nostro ministero è quello di predicare e rendere accessibile e comprensibile, anzi, commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’inafferrabile, di Dio. E in questa ope­ razione, che travasa il mondo invisibile informe accessibi­ li, intelligibili, voi siete maestri… La vostra arte è proprio quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestir­ li di parola, di colori, di forme, di accessibilità»152. L’arte imprime dunque alla liturgia una forte carica kerigmatica. L’arte “evangelizza”, in quanto nel suo meraviglioso linguaggio – il linguaggio della bellezza – trasmette la “bella notizia” e aiuta a fare memoria viva di Colui che è «il più bello tra i figli dell’uomo»153.

Celebrare con il canto e la musica

104. Circa la musica a servizio della liturgia il Catechismo della Chiesa Cattolica dichiara: «Il canto e la musica svolgono la loro funzione di segni in maniera tanto più si­gnificativa quanto più sono strettamente uniti all’azione liturgica, secondo tre criteri principali: la bellezza espres­siva della preghiera, l’unanime partecipazione dell’as­semblea nei momenti previsti, e il carattere solenne della celebrazione. In questo modo essi partecipano alla finalità della parola e delle azioni liturgiche: la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli»154.

105. Il canto liturgico è tanto più vero quanto più porta tutta l’assemblea del popolo di Dio a celebrare cantan­do; ed è tanto più bello quanto più è corale. Una cora­lità che non esclude nessuna voce, ma fonde in unità la pluralità delle voci, dei silenzi e degli strumenti. In ogni azione liturgica è il popolo di Dio che, pure nella varietà delle voci e dei timbri e nell’alternanza dei ruo­li, canta ad una sola voce le meraviglie del Signore, e in questa gioiosa coralità del canto si rivela «come popolo adunato nell’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo»155.

106. La liturgia è celebrazione del mistero di Cristo; e la celebrazione del mistero di Cristo, particolarmente della sua Pasqua, deve essere solenne. «La vera solenni­tà di un’azione liturgica dipende non tanto da una forma più ricca del canto e dell’apparato più fastoso delle cerimonie, quanto piuttosto dal modo degno e religioso della celebrazione, che tiene conto dell’integrità dell’azione li­turgica, dell’esecuzione cioè di tutte le sue parti, secondo la loro natura»156. «Non c’è niente di più solenne e festoso, nelle sacre celebrazioni, di un’assemblea che, tutta, esprime con il canto la sua pietà e la sua fede. Pertanto la parte­cipazione attiva di tutto il popolo, che si manifesta con il canto, si promuova con ogni cura»157. L’apostolo Paolo, invitando i cristiani di Efeso a cantare, ha detto loro: «Siate ricolmi di Spirito Santo, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e inneggian­do al Signore con tutto il vostro cuore»158.
Per la scelta dei canti si cerchi di tenere presente il tempo liturgico, il momento della celebrazione in cui si esegue il canto, la fede della Chiesa e il mistero che si celebra, i fedeli che partecipano alla celebrazione stessa, la qualità sia linguistica sia musicale del testo proposto. Inoltre si cerchi di educare le assemblee a cantare in lingua latina qualche parte dell’ordinario della Messa159. Le corali e tutti i cori che svolgono il loro servizio nelle celebrazioni siano aiutate a com­prendere come il loro ruolo sia di sostegno per il canto dell’assemblea e per la partecipazione piena dei fedeli alla celebrazione stessa.

107. Nella predisposizione dello spazio liturgico si verifichi la collocazione degli strumenti musicali e soprattutto della schola cantorum160, tenendo conto che posizioni “esterne” all’assemblea (ad es. dietro l’altare tridentino oppure sui ballatoi) non evidenziano il valore del ministero liturgico dei cantori e possono non favorire la partecipazione al canto da parte dei fedeli.

L’architettura, la scultura, le immagini, le vesti e I’arredo

108. L’arte dovrebbe essere presente in tutto l’arco della ce­lebrazione. La qualità artistica e la verità, cioè l’auten­ticità della materia, dovrebbero sempre apparire dagli spazi in cui si celebra: nell’edificio in cui si raccoglie il popolo di Dio, nella struttura e nella disposizione della sede, dell’ambone, dell’altare; nei paramenti; nei libri; nei vasi sacri, nelle luci, nei fiori… Ma la funzionali­tà non basta: tutto deve essere riflesso autentico della verità del segno, del bello, su tutto deve essere pas­sato il tocco delle arti. Tutto deve essere in funzione del mistero che si celebra e tutto disposto in modo da favorire la viva e attiva partecipazione dell’assemblea. Vera Chiesa non è l’edificio che ospita l’assemblea, ma l’assemblea convocata da Cristo, con al centro lo stesso Cristo, Pastore, Maestro e Datore di Vita. Per cui lo spazio liturgico dovrebbe anche delineare un vero e proprio itinerario che è quello della fede e dell’orien­tamento dell’esistenza: dal sagrato (la storia) alle porte e al battistero (inserimento in Cristo), all’aula (l’assemblea dei credenti), all’ambone (l’evangelizzazione, la Parola), all’altare (l’Eucaristia, la pienezza dell’in­contro con il Signore, la Gerusalemme del cielo).

109. Per la progettazione e la costruzione della sua tenda nel deserto – la Tenda del Convegno – Dio ha voluto degli artisti: due artisti di cui il libro dell’Esodo ci ha trasmesso i nomi: Bezaleel, figlio di Uri, e Ooliab, fi­glio di Achimasach. Dio li «ha riempiti del suo spirito», perché avessero «saggezza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro»161. La tenda in cui Dio incontrava il suo popolo e il popolo, mediante Mosè, incontrava il suo Dio doveva essere – e risultò di fatto – una splen­dida opera d’arte. È il criterio a cui deve ispirarsi ogni artista che sceglie o accetta di mettersi a servizio della liturgia.
Le comunità con i loro pastori e i progettisti nel pre­disporre lo studio di un nuovo luogo di culto oppure negli adeguamenti di chiese oppure nella predisposi­zione degli arredi si attengano a quanto indicato dalla CEI nelle Note pastorali: La progettazione di nuove chiese del 18 febbraio 1993; L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica del 31 maggio 1996.

110. L’apparato iconografico dei luoghi di culto deve es­sere opportunamente studiato, anche in relazione alle nuove opere, tenendo presente le eventuali immagini già esposte alla venerazione, la collocazione, l’effettiva utilità pastorale per l’intera comunità, la qualità delle nuove opere ipotizzate. Non si espongano immagini sacre nelle chiese e nei luoghi di culto senza il neces­sario permesso dell’Ordinario Diocesano162.

111. Immenso è il patrimonio artistico che si è ispirato – in tutti i settori dell’arte – al mistero di Cristo, come ci è stato tramandato non solo dal Vangelo, ma da tutta la Bibbia e dalla tradizione; offre quindi infinite oc­casioni per annunciare il Vangelo, per parlare di Gesù e della sua Chiesa, per richiamare i fondamenti della fede cristiana, in una parola per evangelizzare o al­ meno aiutare ad entrare nella visione cristiana della vita. Una particolare attenzione a questo patrimonio sta dando la Chiesa mediante gli Uffici diocesani per i beni culturali, che operano in collaborazione con i competenti organismi civili. L’attenzione di questi Uffici però non dovrebbe limitarsi alla difesa, conser­vazione e giusta collaborazione dei beni culturali, ma anche ad una loro valorizzazione dal punto di vista della fede. La visita alle Chiese, ai santuari, ai mona­steri, ai musei diocesani dovrebbe essere programmata e condotta in modo da aiutare il visitatore a vedere (o almeno intravedere) anche quello che non si vede: Cristo Gesù. Un mezzo provvidenziale di evangeliz­zazione può essere proprio la ricchezza d’arte che Dio ha donato alle nostre Chiese.

Usi extra-liturgici degli spazi sacri

112. Per la loro rilevanza culturale, spesso a parroci e rettori vengono presentate richieste di usi degli edifici sacri diverse da quelli di culto. Spetta solo all’Ordinario au­torizzare per iscritto usi diversi da quelli liturgici di chiese aperte al culto.

a) Per i concerti si richiamano le direttive dettate da questa Conferenza Episcopale in data 4 ottobre 1987: siano “concerti spi­rituali” con opportuna introduzione che orienti i presenti ad elevazioni spirituali; non sono ammessi brani e testi, sia vocali che strumentali, d’origine e di natura profane; nella collocazione del coro e degli strumentisti si abbia riguardo alla dignità del luogo e della zona presbiteriale; l’Ente promotore presenterà la richiesta scritta e relativo programma al parroco o rettore della chiesa con largo anticipo sulla data della manife­stazione, i quali chiederanno all’Ordinario dio­cesano il necessario permesso; il concerto non abbia finalità speculative (eventuali contributi per le spese di allestimento non siano comunque richieste all’interno dell’edificio sacro e previo accordo con il responsabile della chiesa). La re­cente normativa della CEI stabilisce che devono avverarsi contemporaneamente tre condizioni: organizzazione da parte di un ente ecclesiastico debitamente autorizzato dall’Ordinario diocesa­no, repertorio prevalentemente di musica sacra, ingresso libero e gratuito. Nel caso che mancasse una delle condizioni il concerto è assoggettabile alla normativa sugli spettacoli163.

b) Altre manifestazioni quali conferenze cultu­rali-religiose, potranno essere ammesse fuori dalle celebrazioni liturgiche, purché siano com­patibili con l’edificio di culto.

c) Non si ritengono adatte a un luogo aperto al culto esposizioni di arte (anche sacra) o didatti­che (cartelloni, manifesti, fotografie, ecc.); mani­festazioni teatrali (recite e saggi canori, poetici, letterari; rappresentazioni teatrali; recitals; ecc.); conferenze di argomento profano e quanto non è in sintonia con la dignità e la peculiarità del­ l’edificio di culto.

Usi di chiese e oratori non più officiati

113. Le chiese e gli oratori non più officiati, si potranno destinare a nuove modalità d’uso, valutando che siano compatibili con le caratteristiche architettoniche degli edifici considerati, non risultino tali da obliterare il si­gnificato primario, la preesistente immagine e l’origi­naria disposizione funzionale dello spazio stesso.

a) Sono compatibili con il valore che questi edifici conservano i seguenti usi: allestimenti espositi­vi temporanei o definitivi di arte sacre o almeno religiose; mostre di architettura e di design; ma­nifestazioni musicali tenendo presente quanto già detto sopra al n. 112/a; manifestazioni teatrali con attinenza religiosa; convegni-conferenze, ad esclusione di propaganda politica; di assemblee di gruppi particolari quali sindacati, associazioni di categoria o partitiche; proiezioni cinematografiche e riprese cinemato-grafiche con comprovate finalità culturali.

b) Sono escluse attività di tipo commerciale (com­prese mostre-mercato, esposizioni di antiquariato, pesche di beneficenza) e tutte quelle attività che, in qualunque modo, potrebbero obliterare il signi­ficato di “monumento” che l’edificio conserva per origine e uso storico, senza dire delle rilevanze fi­scali conseguenti.

e) Dismissione. Si abbia particolare attenzione al problema della dismissione di tali edifici a culti non cattolici e alle cosiddette ‘attività compatibi­li’. L’attuale normativa civile, art. 831 del Codice Civile, consente di non sottrarre alla destinazio­ne cultuale cattolica tali edifici; qualora vi fosse “de facto” una destinazione ad un culto diverso da quello cattolico o ad attività che nulla hanno a che vedere con questo, potrebbero sorgere spinose questioni circa il ritorno al culto cattolico. Sarebbe pertanto raccomandabile una particolare attenzio­ne agli “usi compatibili”164.

X – LA FORMAZIONE LITURGICA DEL POPOLO DI DIO

114. «Il rinnovamento conciliare della Liturgia ha l’espressione più evidente nella pubblicazione dei libri liturgici. Dopo un primo periodo nel quale c’è stato un graduale inserimento dei testi rinnovati all’interno delle celebrazioni liturgiche, si rende necessario un approfondimento delle ricchezze e delle potenzialità che essi racchiudono. Alla base di tale approfon­dimento deve esserci un principio di piena fedeltà alla Sacra Scrittura e alla Tradizione, autorevolmente interpretate in particolare dal Concilio Vaticano II, i cui insegnamenti sono stati ribaditi e sviluppati nel Magistero successivo… In questa prospettiva rimane più che mai necessario incre­mentare la vita liturgica all’interno delle nostre comunità, attraverso una formazione adeguata dei ministri e di tutti i fedeli165, in vista di quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche che è auspicata dal Concilio»166.
Così scriveva il Papa Giovanni Paolo II nella sua Let­tera apostolica a 40 anni dalla promulgazione della Costituzione liturgica del Concilio Vaticano II, invitando a passare dal rinnovamento all’approfondimento, dalla riforma della liturgia alla formazione liturgica di tutto il popolo di Dio.
Quanto è stato proposto in questi Orientamenti di pa­storale liturgica potrà veramente diventare un percorso di rinnovamento nelle nostre comunità se si dediche­ranno energie, risorse, tempo all’approfondimento dello spirito della liturgia, con una convinzione maggiore di quanto non sia stato fatto finora, rispetto ad altri campi dell’agire ecclesiale, come la catechesi o la carità.

I soggetti del rinnovamento liturgico

115. Primo responsabile della vita liturgica di una diocesi è il Vescovo, come richiamava ancora Giovanni Paolo II nella sua Lettera apostolica167 e come ribadisce con forza l’Ordinamento generale del Messale Romano: «il Vescovo diocesano, che è da considerare come il grande sa­cerdote del suo gregge, dal quale in qualche misura deriva e dipende la vita dei suoi fedeli in Cristo168, deve promuovere, guidare e vigilare sulla vita liturgica nella sua diocesi… a lui spetta prima di tutto coltivare nei presbiteri, nei diaconi e nei fedeli lo spirito della sacra Liturgia»169.

116. Ogni vescovo nella sua diocesi dovrà essere coadiuva­to in tutto questo dall’Ufficio liturgico, che svolgerà il compito di punto di riferimento della pastorale liturgi­ca diocesana, coordinando i suoi interventi con l’Ufficio per la catechesi, con la Caritas e con l’Ufficio per i beni culturali ecclesiastici, per una pastorale più integrata e missionaria; curerà la preparazione di sussidi e pubblicazioni che siano di aiuto alle parrocchie, e soprattutto promuoverà la formazione liturgica dei vari operatori pastorali: scuole per animatori, istituti di musica per la liturgia, corsi di arte per la liturgia (insieme all’Ufficio dei Beni culturali), convegni, iniziative di diffusione e conoscenza delle premesse dei libri liturgici.

117. Ogni parroco ha la responsabilità della vita liturgica nella sua comunità e farà del suo meglio per promuover­ la, aiutato dagli altri presbiteri, dai diaconi, avvalendosi della collaborazione del gruppo liturgico e di tutti gli altri operatori della liturgia. È compito dei parroci, in particolare, «promuovere celebrazioni degne, prestando la dovuta attenzione alle diverse categorie di persone: bambi­ni, giovani, adulti, anziani, disabili. Tutti debbono sentirsi accolti all’interno delle nostre assemblee, così da poter respi­rare l’atmosfera della prima comunità credente»170.

118. Ogni comunità è chiamata a inserire le diverse iniziati­ve di formazione liturgica in un vero e proprio progetto, destinato a coinvolgere non solo alcuni fedeli, ma tutta intera la comunità. Si suggerisce di riscoprire momenti forti come ad esempio le settimane liturgiche in par­rocchia, iniziative di conoscenza del proprio patrimonio storico-artistico…

Per un progetto di formazione liturgica

119. La formazione liturgica richiede innanzitutto la cono­scenza della Parola di Dio offerta dalle Sacre Scritture. La familiarità di tutto il popolo di Dio, pastori e fedeli, con le sacre Scritture, non potrà che giovare alla pre­dicazione e alla preghiera, e le nostre liturgie potranno diventare sempre più eloquenti, anche per chi vi parte­cipa solo occasionalmente. Gli stessi nuovi lezionari, ad esempio, «offrono un’ampia scelta di brani scritturistici, che costituiscono una sorgente inesauribile alla quale il Popolo di Dio può e deve attingere»171. E il cammino della Parola che si svolge lungo tutto l’anno liturgico con le sue fe­ste e i suoi tempi diventa la prima scuola di formazione permanente per la comunità.

120. A celebrare si impara celebrando. Non è uno slogan ad effetto, ma è un invito a riscoprire attraverso il rito alcu­ne dimensioni della iniziazione al celebrare. Celebrare è fare memoria dell’opera di salvezza che è all’origine del­l’esperienza cristiana; è pregare comunitariamente come comunità riunita, ciascuno con i suoi doni e carismi; è guardare con gli occhi della fede, leggendo attraverso il se­gno e il simbolo la realtà del mistero a cui attingere (la riscoperta dell’arte mistagogica cara ai Padri della Chiesa172) ; celebrare, infine, significa coinvolgere la persona con tutte le sue potenzialità.

121. A sostegno dell’opera di formazione liturgica a livel­lo diocesano e nelle varie articolazioni pastorali, è op­portuno stabilire alcuni momenti e forme di verifica del percorso svolto: annuale revisione delle iniziative litur­giche, dei sussidi predisposti e del loro accoglimento nelle comunità, per mezzo del consiglio pastorale, del gruppo di animazione liturgica, degli organismi di pa­storale giovanile.

122. La sfida di una formazione liturgica permanente della pastorale ordinaria chiama in causa la formazione litur­gica dei ministri:
a) il Seminario dovrà essere il luogo privilegiato della formazione liturgica dei futuri presbiteri, così come nella formazione al ministero diaconale grande im­portanza sarà data a questa dimensione;
b) la diocesi è chiamata a incrementare le iniziative di formazione ai diversi ministeri liturgici, affinché ogni parrocchia o unità pastorale arrivi a disporre di un numero sufficiente e preparato di collaboratori nel ministero liturgico;
c) la formazione liturgica non si esaurisce con il semi­nario o con le scuole per operatori pastorali, ma i presbiteri, i diaconi e i vari ministri si educhino ad approfondire lo spirito della liturgia sia con lo stu­dio, l’aggiornamento permanente, che con la stessa esperienza quotidiana di celebrazione e di ministero nelle parrocchie.

L’arte del celebrare

123. Colui che presiede l’assemblea in particolare, ma an­che ogni operatore liturgico deve apprendere e possedere l’arte del celebrare. Il segreto dell’arte è far vivere una materia morta e inerte. Nella Presentazione della se­conda edizione del Messale Romano, si parla dell’«arte del presiedere»173. Celebrare, e soprattutto presiedere la liturgia, è un’arte.
La celebrazione liturgica si snoda secondo un progetto fisso, una successione ordinata di letture, preghiere, can­ti, segni, gesti: il rito. Ma finché rimane nei libri, il rito è materia morta. È compito dell’operatore liturgico farla vivere. Il lettore che va all’ambone deve proclamare il testo biblico, che in pratica vuol dire: averne assimilato il messaggio, sentirlo vivo dentro di sé e trasmetterlo in modo vivo all’assemblea. E così il presidente che pro­pone ai fedeli le preghiere, e in particolare la grande preghiera eucaristica: quella preghiera deve vibrare nel suo cuore, perché possa farla vibrare nel cuore dei fede­li.
Rientra nelle capacità dell’artista rimanere fedeli al rito prescritto e contemporaneamente riuscire a percepire la situazione dei tempi, delle persone, della comunità viva con le sue esigenze. È la sana creatività che passa attraverso una monizione, l’attenzione al valore dei ge­sti e del corpo come realtà che permettono alla singola persona di esprimersi174.
Celebrare è un’arte; un’arte per la quale non basta il ge­nio umano o una attenta preparazione che però è indispensabile: solo lo Spirito di Dio, capace di far rivivere una immensa distesa di ossa aride175 può rendere il pre­sidente e ogni operatore liturgico capace di far vivere il rito nei singoli momenti e nell’armonia dell’insieme.

Note

1 Cfr CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 49.
2 SC 10.
3 Cfr 1Pt 3,15.
4 CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 48.
5 SC 10; cfr. LG 11; PO 5.
6 CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 32.
7 Ibid, n. 44.
8 BENEDETTO XVI, Sacramentum caritatis, n. 40: “La liturgia, in effetti, possiede per sua na­tura una varietà di registri di comunicazione che le consente di mirare al coinvolgimento di tutto l’essere umano. La semplicità dei gesti e la sobrietà dei segni posti nell’ordine e nei tempi previsti comunicano e coinvolgono di più che l’aggiunta di aggiunte artificiose”.
9 Cfr OGMR 27.
10 Cfr 1 Cor 5, 17.
11 Cfr At 1, 11;1 Ts 4, 13-17.
12 Cfr Ap 21,5 .
13 Dies Domini, n. 1.
14 Cfr OGMR 7a.
15 Cfr OGMR 7c.
16 Dies Domini, n. 65.
17 CEI, Il Giorno del Signore, n. 8.
18 Cfr Mt 18, 20.
19 Cfr SC7.
20 Cfr Prefazio delle domeniche del Tempo Ordinario X.
21 Gv 20,21.
22 Mc 16 , 15; cfr Mt 28, 19-20;At 1, 8.
23 GIOVANNI PAOLO II, Ecclesia de Eucharistia, n. 22.
24 Dies Domini, n. 45.
25 CEI, Eucaristia, comunione e comunità, n. 54.
26 Cfr BENEDETTO XVI, Deus caritas est, n. 22.
27 2 Cor 5, 14-15.
28 Cfr Eb 10, 25.
29 Cfr Didascalia degli Apostoli, 13.
30 Cfr Eucaristia, comunione e comunità, n. 81: “Allo scopo inoltre difar fiorire l’unità della comunità parrocchiale, le Messe per gruppi particolari si celebrino non di domenica, ma per quanto è possibile, nei giorni feriali “; cfr SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Eucharisticum mysterium, n. 27; SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Actio pastoralis, n.10/a; Il Giorno del Signore, n.33.
31 Cfr CEI, Precisazioni, in: Messale Romano, pp. LX­ LXI.
32 Cfr SC 41.
33 A tale riguardo sarebbe importante che si affrontasse in maniera definitiva il problema dell’abbattimento delle barriere architettoniche dei luoghi di culto e pertinenze previa presentazione di opportuni progetti alle competenti autorità ecclesiastiche e civili per i nulla osta di legge. Inoltre sarebbe auspicabile almeno nelle città una Messa festiva che favorisca la partecipazione degli audiolesi e o di altre persone diversamente abili.
34 Cfr La Messa dei fanciulli, Roma, 1976.
35 Cfr OGMR 102, dove il salmista è elencato tra i ministeri precipui della celebrazione eucaristica.
36 Cfr CJC cann. 230-231; CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Istruzione Redemptionis sacramentum su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia, n. 44.
37 Cfr OGMR 281-287.38 Cfr OGMR 86.160.
39 Cfr At 1,14; 2, 1-4; 13, 1-3.
40 Sal 61 (60), 3.
41 1 Tm 2,4.
42 Preghiera Eucaristica II.
43 Cfr SC 102.
44 PIO XII, Lettera enciclica Mediator Dei, in: AAS 39 (1947), 580.
45 CEI, Premesse, 2: in RICA, Roma 1978, pag. 12.
46 SC 102.
47 Ibid., n. 2.
48 1 Cor 5, 7.
49 CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO, Lettera circolare Paschalis sollemnitatis ai Presidenti delle Conferenze episcopali e ai Presidenti delle Commissioni nazionali di Liturgia sulla preparazione e la celebrazione delle feste pasquali, n. 6.
50 Prefazio del Natale II.
51 CEI, Evangelizzazione e sacramenti, n. 85.
52 SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Musicam sacram, n. 66: “Il suono, da solo, di questi stessi strumenti musicali non è consentito in Avvento, in Quaresima, durante il Triduo sacro”.
53 DV 6.
54 RICA, n. 1.
55 RICA, n.2.
56 Cfr 1 Pt 1,23; 3, 15.
57 RICA, Introduzione, n. 9.
58 Cfr Gal 4, 19.
59 RICA, cap. I.
60 RICA, cap. IV.
61 RICA, cap. V.
62 Le tre Note pastorali approvate dal Consiglio Episcopale Permanente della CEI sono: L’iniziazione cristiana. 1. Orientamenti per il catecumenato, del 30 marzo 1997; L’inizia­zione cristiana. 2. Orientamenti per l’iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni, del 23 maggio 1999; L’iniziazione cristiana. 3. Orientamenti per il risveglio della fede e il completamento dell’iniziazione cristiana in età adulta, dell’8 giugno 2003.
63 Cfr Fil 3, 12.
64 RICA, Introduzione, n. 34.
65 COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA LITURGIA, Direttorio liturgico-pastorale per l’uso del Rituale, n. 48.
66 PRESIDENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Decreto di promulgazione e Delibere nn. 1-16 della XXII assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana circa l’applicazione del Codice di Diritto Canonico, in merito ad alcune materie demandate alla nor­mativa particolare, Roma 23 dicembre 1983, Delibera n. 8: “L’età da richiedere per il confe­rimento della Cresima è quella dei 12 anni circa”.
67 CEI, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, n. 7.
68 BENEDETTO XVI, Sacramentum caritatis, n. 18: “A questo proposito è necessario porre at­tenzione al tema dell’ordine dei Sacramenti dell’iniziazione. Nella Chiesa vi sono tradizioni diverse. … e nella stessa prassi Occidentale per quanto concerne l’iniziazione degli adulti, rispetto a quella dei bambini. Tuttavia tali differenziazioni non sono propriamente di ordine dogmatico, ma di carattere pastorale. Concretamente, è necessario verificare quale prassi possa in effetti aiutare meglio i fedeli a mettere al centro il sacramento dell’Eucaristia, come realtà cui tutta l’iniziazione tende”.
69 Eucharisticum mysterium, n. 3; CCC 1382; Ecclesia de Eucharistia, n. 12.
70 SAN CIPRIANO, Sull’unità della Chiesa Cattolica, 6, 8.
71 SANT’AGOSTINO, Questioni sui Vangeli, 1, 18.
72 Cfr CJC cann. 872-874; 892-893.
73 Cfr Mt 28, 19-20; Mc 16, 15-16.
74 2 Cor 6,1.
75 Redemptionis sacramentum, n. 87.
76 Cfr RICA, nn.37-40.
77 CEI, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, n. 9.
78 Cfr L’adeguamento, nn. 26 – 29.
79 Cfr L’adeguamento, n.17.
80 Cfr. OGMR 325-326.
81 Redemptionis sacramentum, n.117; da tener presenti anche i nn.118 – 120.
82 Cfr L’adeguamento, n. 18.
83 Cfr L’adeguamento, n. 19.
84 SC nn. 48 e 51.
85 Ivi, n. 7.
86 LG n.10.
87 Ibidem.
88 CJC can. 938; cfr L’adeguamento, n. 20; Redemptionis sacramentum, n. 130.
89 CCC 1421.
90 Cfr Mc 2, 1-2.
91 RP, n.5.
92 RP, n. 6a.
93 RP, n. 17.
94 Cfr Sal 51 (50), 18-19.
95 Mc 1, 15.
96 RP, n. 6c.
97 RP, pp. 117-152
98 RP, pp. 53-95
99 2 Tm 4,2.
100 Mt 25, 14-30.
101 Cfr Rito della Penitenza, n. 45.
102 Gc 5, 14-15.
103 Cfr At 10, 38.
104 Sacramento dell’Unzione e cura pastorale degli infermi, n. 3.
105 Mt 10, 1.
106 Mc 16, 17-18.
107 Cfr Ap 21, 4.
108 È da incentivare la lodevole prassi di portare la Comunione ad ammalati e anziani alla domenica, ma contemporaneamente l’attenzione a questi fratelli e sorelle con un ricordo nelle Messe festive, l’attenzione a loro e a coloro che si prendono a cuore gli infermi.
109 Sacramento dell’Unzione e cura pastorale degli infermi, n. 33.
110 Gv 13,1, citato in Sacramento dell’Unzione e cura pastorale degli infermi, n. 26.
111 CCC 1354.
112 LG 10.
113 At 1,2.
114 Cfr GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Pastores dabo vobis, n. 3.
115 LG 10.
116 RM 63;AG 38.
117 PO 2.
118 OT 20; PO 10.
119 COMITATO EPISCOPALE PER IL DIACONATO PERMANENTE, Norme e direttive per la scelta e la formazione dei candidati al diaconato, n. 10.
120 Cfr Rm 1, 14.
121 AG 63.
122 Cfr CONFERENZA EPISCOPALE LATINOAMERICANA, Documento di Puebla 1979, nn. 343-364.
123 CCC 1617.
124 Cfr CJC cann. 1115 e 1118.
125 RM 51-58.
126 RM 63.
127 RM 79.
128 RM 81.
129 RM 82
130 RM 91. 94.
131 In Redemptionis sacramentum al n. 75 si legge: “Per una ragione teologica inerente alla celebrazione eucaristica o ad un rito particolare, i libri liturgici talora prescrivono opermettono la celebrazione della santa Messa unitamente a un altro rito, specialmente dei sacramenti. Negli altri casi, tuttavia, la Chiesa non ammette tale collegamento, soprattutto quando si tratta di circostanze aventi indole superficiale e vana”.
132 Gn 2, 24; EJ S, 31.
133 Rito delle esequie, n. 1.
134 CCC 1681.
135 CCC 1682.
136 CCC 1683.
137 Cfr Sacramentum caritatis, n. 32. Per quanto riguarda le Messe “collettive” ci si attenga a quanto stabilito dalla Congregazione per il Clero: “Nel caso in cui gli offerenti, previamente avvertiti, consentano liberamente che le loro offerte siano cumulate con altre in un’unica offerta, si può soddisfarvi con una sola santa Messa, celebrata secondo un’unica intenzione ‘collettiva’. In questo caso è necessario che sia pubblicamente indicato il giorno, il luogo e l’orario in cui tale santa Messa sarà celebrata, non più di due volte per settimana. Il celebrante può trattenere la sola elemosina stabilita dalla diocesi, devolvendo all’Ordinario la residua somma eccedente” (cfr Decreto Mos iugiter, artt. 2-3).
138 Cfr Gv 12, 24.
139 Cfr Rito delle esequie, n. 10.
140 Cfr CJC can. 1176 § 3; CCC n.2301.
141 Cfr CJC can. 1184 § 1, 2°.
142 SC 60; CCC 1667.
143 Cfr Gv 14,13-14; 16,23-24.
144 Ef 1,3.
145 Cfr Benedizionale, n.25.
146 Cfr Gc 1, 17.
147 Cfr Rm 12, 1.
148 Mc l,15.
149 CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Direttorio su pietà popolare e liturgia. Principi e orientamenti.
150 Cfr Benedizione all’inizio del pellegrinaggio.
151 Cfr Lc 24, 29.
152 Cfr. AAS 56 (1964), 438.
153 Sal 45 (44), 3. Cfr Sacramentum caritatis, n. 35.
154 CCC 1157.
155 LG 4.
156 Musicam sacram, n. 11.
157 Musicam sacram, n. 16.
158 Ef 5,17-19.
159 Cfr Sacramentum caritatis, nn. 42; 62.
160 Cfr L’adeguamento, n. 21.
161 Es 31, 1-6.
162 Cfr Direttorio su pietà popolare e liturgia. Principi e orientamenti, n. 244.; OGMR 317.
163 PRESIDENTE DELLA CEI, Decreto dipromulgazione e Istruzione in materia ammini­strativa, n. 130.
164 Cfr COMITATO PER GLI ENTI E I BENI ECCLESIASTICI – SEZ. I DELLA CEI, Circolare n. 32 Cessione di locali e spazi pastorali a terzi per uso diverso.
165 Cfr GIOVANNI PAOLO II, Vicesimus quintus annus, (4 dicembre 1988), nn. 14-15.
166 Cfr GIOVANNI PAOLO II, Spiritus et sponsa (4 dicembre 2003), nn. 7 e 15.
167 Ibid.
168 Cfr SC 41.
169 OGMR 387.
170 Spiritus et sponsa, n. 12, dove il Papa cita come icona la comunità di Atti 2,42.
171 Spiritus et sponsa, n. 8.
172 Cfr Spiritus et sponsa, n. 12; Sacramentum caritatis, n. 62.
173 Cfr CEI, Presentazione n. 9, in: Messale Romano, pag. IX.
174 Cfr OGMR 352; Sacramentum caritatis, n. 38.